Il significato astronomico dell’Età dell’Oro: Astrea e la “caduta” di Fetonte

(immagine a lato: Sidney Hall, rappresentazione della costellazione della Vergine, tratta da “Urania’s Mirror”, 1825)

(segue da Simbolismo stellare e simbolismo solare)

Tutti i popoli del mondo hanno cantato di un mitico “primo tempo” di abbondanza, in cui gli dei camminavano sulla terra e tutte le cose erano in armonia. Il mito dell’Età dell’Oro ha affascinato i poeti dalla remota antichità fino ai tempi del Rinascimento. Sostanzialmente, lo si è creduto un tempo di prodigi materiali, in cui il benessere corporeo degli uomini era garantito dallo scorrere naturale ed infinito di latte e miele. Ma le cose stanno veramente come hanno cantato i poeti? Che cos’è stata, veramente, l’Età dell’Oro? Gli stessi poeti, d’altra parte, hanno conservato (consapevolmente o meno) alcuni indizi rivelatori del mistero, che rimandano, ancora una volta, alla volta celeste.

Abbiamo ampiamente discusso [cfr. Una scienza a brandelli: sopravvivenze delle dottrine del tempo ciclico dal Timeo all’Apocalisse] del moto della precessione e di come la “terra” quadrangolare passante per i quattro punti cardinali dell’anno non sia sempre identica a sé stessa, ma al contrario “muti” costantemente all’avvicendarsi di costellazioni nei quattro punti. La nostra era attuale è quella dei Pesci, iniziata intorno all’anno 0; in precedenza c’era stata l’Era dell’Ariete, iniziata all’incirca nel 2200 a. C.; prima ancora l’Era del Toro, iniziata nel 4200 a. C. circa [cfr. Il tempo ciclico e il suo significato mitologico: la precessione degli equinozi e il tetramorfo]. L’Età dell’Oro è da ricercarsi nell’età astrologica immediatamente precedente a questa, cioè nell’Era dei Gemelli, iniziata nel 6200 a. C. circa. A quel tempo i quattro punti cardinali erano governati come segue: all’equinozio di primavera la costellazione dei Gemelli sorgeva eliacamente; all’equinozio d’autunno il Sagittario; al solstizio d’estate la Vergine; al solstizio d’inverno i Pesci.

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Sidney Hall, rappresentazione della costellazione dei Gemelli, tratta da “Urania’s Mirror”, 1825.

Tutto ciò è particolarmente interessante per una serie di motivi. In questa sede, basti dare due dati:

  1. Si dice che a quel tempo Astrea (la Vergine celeste) camminasse ancora tra gli uomini distribuendo pace e giustizia (talvolta Astrea è identificata con Temi);
  2. Alla fine del Manvantara che precede il nostro, Vishnu appare sotto forma di pesce a Satyavrata (futuro Manu del presente ciclo con il nome di Vaivaswata) per annunciargli che il mondo sarebbe stato distrutto da un diluvio e che si sarebbe dovuto rifugiare in un’arca che avrebbe pensato lui personalmente a condurre al sicuro attraverso le acque. Matsya, ossia Vishnu in forma di pesce (come Enki-Ea, del resto), è così anche l’Avatara dell’Età dell’Oro (Satya-Yuga) del presente Manvantara.

Ma il dato davvero dirimente è stato messo in luce da Santillana e Dechend, autori de Il mulino di Amleto (p. 89):

Al Tempo Zero” [che peraltro è anche la traduzione comunemente usata per indicare una remota epoca della storia egizia, lo Zep Tepi, ndr] “i due “cardini” equinoziali del mondo erano stati i Gemelli e il Sagittario, tra i quali si estende l’arco della Via Lattea: entrambi questi segni sono bicorporei (così come lo erano quelli posti agli altri angoli, i Pesci e la Vergine con la sua spiga di grano). L’immagine dell’arco della Via Lattea teso tra i due “cardini” esprime il concetto che la via tra la terra e il cielo (la Via Lattea, appunto) era aperta, la via ascendente e la via discendente dove in quell’Età dell’Oro uomini e dei potevano incontrarsi… La straordinaria virtù dell’Età dell’Oro consisteva proprio nella coincidenza del punto d’incrocio tra eclittica ed equatore con quello tra eclittica e Galassia, il che avveniva nelle costellazioni dei Gemelli e del Sagittario, che ‘stavano salde’ a due dei quattro angoli della terra quadrangolare”.

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Rappresentazione della costellazione della Vergine, dettaglio del “Cielo de Salamanca” di Fernando Gallego.

In pratica, nell’Età dell’Oro, la Via Lattea fungeva da coluro equinoziale visibile, che intersecava contemporaneamente l’equatore celeste e l’eclittica, raccordando il nord e il sud celesti; ed è un fatto straordinario, considerando che questo (al pari del coluro solstiziale) è una linea normalmente invisibile. In quest’epoca, la Vergine celeste sorgeva eliacamente al solstizio d’estate recando in mano una spiga (ɑ Virginis conserva ancora il nome di Spica), nunzia del periodo della mietitura. Da quest’epoca (che vede anche gli albori dell’agricoltura con l’addomesticazione del triticum aestivum: il frumento) ci vengono le enigmatiche “veneri” preistoriche, che sono state definite simboli di fertilità e che rimandano a quegli uomini “soggetti alle madri” di cui parla Esiodo a proposito dell’Età dell’Argento. D’altra parte si dice che Astrea, al termine dell’Età dell’Oro, non fece subito ritorno in cielo, ma che prima si ritirò “sulle colline”: secondo Arato di Soli (cit. in Alberto Camerotto e Sandro Carniel I limiti dell’uomo tra acque, cieli e terre p. 168):

“Ancora rimase, finché la terra continuò a nutrire la stirpe d’oro. Ma quella d’argento la frequentava poco e non più del tutto volentieri, rimpiangeva i costumi dei popoli antichi. Tuttavia rimase ancora al tempo della stirpe d’argento. Discendeva alla sera dalle colline echeggianti da sola…”.

Scrive Graves (I miti greci, Introduzione): “In tutta l’Europa neolitica… le credenze religiose erano molto omogenee e tutte basate sul culto di una dea Madre dai molti appellativi, venerata anche in Siria e in Libia” [cfr. per la tradizione romana Anna Perenna e la fonte dell’eterno ritorno].

L’antichissima relazione tra la Vergine e il Sole giunge attraverso i meandri del tempo fino a periodi relativamente recenti, riversandosi nella dottrina iniziatica dei Misteri Eleusini, con Demetra che dà alla luce il fanciullo divino Brimos, ossia Dioniso [cfr. Cernunno, Odino, Dioniso e altre divinità del ‘Sole invernale’], i quali però, per affermazione perentoria di Eraclito (Fr. 38), non hanno nulla di sacro.

Dunque, nell’Età dell’Oro le tre grandi linee celesti erano unite e costituivano, tutte insieme, l’armatura-asse del mondo. La via che collegava i tre mondi, la “terra”, il “cielo” e il “regno dei morti”, era aperta e non c’era distinzione tra uomini e dei, tutti del pari immortali. Chissà che il “caos”, lo stato indifferenziato primordiale antecedente alla separazione di “cielo” e “terra”, non abbia qui le proprie radici. Non si capirebbe, altrimenti, perché, Eraclito (Fr. 18) dica, sostanzialmente, che Esiodo è uno che non capisce niente. Il sospetto è comunque legittimo, tanto più che, fino a tempi recenti, in prossimità dell’equinozio di primavera si festeggiavano i Saturnali [cfr. Cicli cosmici e rigenerazione del tempo: riti di immolazione del ‘Re dell’Anno Vecchio’].

Ora, è fin troppo noto che l’Età dell’Oro vide come suo sovrano Kronos-Saturno [cfr. Apollo/Kronos in esilio: Ogigia, il Drago, la “caduta”], “figlio di Gaia e di Urano stellato”, secondo un inno orfico. I Saturnali (di cui Eliade riporta una omologa festa babilonese attribuendovi identico significato [cfr. Il mito dell’eterno ritorno p. 80]) potrebbero essere stati, anziché una stravagante festa apotropaica di “sovvertimento dei ruoli sociali” per dar sfogo agli istinti demoniaci repressi, una commemorazione di quell’aureo tempo mitico in cui non c’erano distinzioni tra dei, uomini e spiriti [cfr. Il substrato arcaico delle feste di fine anno: la valenza tradizionale dei 12 giorni fra Natale e l’Epifania].

Si potrebbe fare uno studio su tutte le festività (soprattutto quelle legate a certe divinità solari) il cui significato primordiale potrebbe essere stato strettamente astronomico e astrologico; significato che in seguito si perse nell’apparenza di una ritualità dedicata alla “vegetazione”, al “grano” o alla “fertilità”, come Frazer, da buon empirista anglosassone indica, senza sconto alcuno; ma questo ci porterebbe davvero troppo lontano. È tuttavia significativo che per un singolare rituale Cherokee (Il ramo d’oro p. 585), il quale sembra proprio descrivere la disperazione per la perdita degli antichi punti cardinali nel “campo celeste”, l’Autore riferisca che il relativo significato fosse stato dimenticato dagli stessi sacerdoti pellerossa.

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John Singer Sargent, “Phaethon”.

Come che sia, quella condizione “aurea” venne meno, intorno al 4500 a.C. Di questa tragedia è rimasto un ricordo in svariate tradizioni del mondo, che parlano (come abbiamo già accennato) di un “incendio” della terra. Di quello sconvolgimento narra, sotto il solito linguaggio del mito, la vicenda di Fetonte, figlio di Helios. Come noto, il giovane aveva convinto suo padre a lasciargli per un giorno la guida del carro del sole. Sfortunatamente, durante il tragitto, per lo spavento procuratogli dalla vista degli animali raffigurati nei segni zodiacali (cfr. Pierre Grimal, Enciclopedia dei miti, Garzanti 1990, p. 285), i cavalli si imbizzarrirono, deviando dal corso usuale. Questa deriva del sole ebbe come risultato che tutta la terra, per l’inusitata vicinanza, venne arsa completamente. A quel punto Zeus, non potendo fare altrimenti, colpì con la folgore Fetonte, che cadde morto nelle acque del fiume Eridano. Nonno di Panopoli, autore delle celebri Dionisiache, usa un linguaggio esplicito (Dionisianche XXXVIII, 349 ss.):

Vi fu un tumulto nel cielo che scosse le connettiture dell’universo immobile; si piegò persino l’asse che passa per il centro dei cieli ruotanti. A stento il libico Atlante, puntellato sulle ginocchia, il dorso curvo sotto il maggior carico, poté sostenere il firmamento delle stelle che si rivolge da solo”.

Manilio (Astronomica I, 748 – 749), dice: “Il mondo prese fuoco, e in nuove stelle accese chiaro ricordo di suo fato reca”. Che la vicenda di Fetonte non sia solo una favola moraleggiante (tesi che ancora il buon Graves, tra gli altri, è disposto a sposare senza riserve [I miti greci, cap. 42]) ci viene da Platone, per bocca di un sacerdote egizio. Questi, conversando con Solone, rivela (Timeo 22 c – d):

Vi sono state molte e varie catastrofi per l’umanità, e molte ancora ve ne saranno, le più grandi dovute al fuoco e all’acqua, altre meno gravi provocate da infinite altre cause. Ciò che si racconta per esempio anche da voi [quindi non si tratta di una “favola” esclusivamente greca, ndr] che una volta Fetonte, figlio del Sole, dopo aver aggiogato il carro del padre ed essendo incapace di guidarlo lungo il percorso paterno, fece bruciare tutto ciò che si trovava sulla terra e morì lui stesso fulminato, ebbene questa vicenda si narra sotto forma di mito, mentre la verità è che si dà una deviazione dei corpi che si muovono nel cielo intorno alla terra e una distruzione di ciò che si trova sulla terra, per un eccesso di fuoco, che avviene dopo lunghi intervalli di tempo”.

Un eccesso di fuoco, dunque, un fuoco che distrugge e nel contempo rinnova [cfr. Tempo ciclico e tempo lineare: Kronos/Shiva, il «Tempo che tutto divora»]. La memoria va subito alla dottrina di Eraclito. Ne citiamo alcuni frammenti, che letti con la chiave che ne stiamo dando suonano non più “oscuri” come al solito, ma, anzi, abbastanza chiari:

Questo cosmo non lo fece nessuno degli dei né degli uomini, ma sempre era, è e sarà un Fuoco inestinguibile, che con misura divampa e con misura si spegne” (Fr. 2);

“Tutte le cose contraccambio del Fuoco, e il Fuoco contraccambio di tutte le cose (Fr. 3);

“Metamorfosi del Fuoco: dapprima mare, e metà del mare terra, l’altra metà aria infuocata” (Fr. 4);

“La terra si effonde come mare, e conserva la stessa proporzione che c’era prima” (Fr. 5);

“Stagioni, che portano tutte le cose” (Fr. 6);

“Il Fuoco verrà e si impadronirà di tutte le cose” (Fr. 8)”.

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Johannes Moreelse, “Heraclitus”.

Sembra di sentire un sommario in forma di telegramma della catastrofe di Fetonte, tanto più che, nel Fr. 9, dice: “Ma tutto governa la folgore” (anche Indra, controparte di Zeus in India, sembra spesso investito di un ruolo “regolatore” per mezzo della sua folgore). È opportuno ricordare, a tal proposito, che il fulmine (René Guénon, Simboli della scienza sacra, cap. 25) è un simbolo dell’asse del mondo. Sembra quindi che Zeus sia intervenuto a ridare le “misure” alla “terra” combusta dal fuoco.

Ma che cos’è, più precisamente, questo fuoco? Sembra qualcosa che abbia a che fare direttamente con il cielo (e del resto cos’è l’etere se non “aria infuocata”?). Questo fuoco non è altro che il coluro equinoziale di cui abbiamo parlato, corrispondente al cerchio massimo passante per i poli celesti e i punti equinoziali, e che, nell’Età dell’Oro, coincideva con la Via Lattea tenendo uniti saldamente l’equatore celeste e l’eclittica. Gli Aztechi consideravano Castore e Polluce (le due stelle principali della costellazione dei Gemelli) i primi bastoncini da fuoco, quelli da cui l’umanità aveva imparato come produrre il fuoco per sfregamento. E tutto è chiaro, se si considera che, nell’Età dell’Oro, il primo termine dell’arco equinoziale della Via Lattea era posto nei Gemelli.


Bibliografia:

  • Charles–François Dupuis: L’origine di tutti i culti (compendio), Martini 1862
  • Giorgio de Santillana: Le origini del pensiero scientifico: da Anassimandro a Proclo, 600 a.C. – 500 d.C., Sansoni 1966
  • Giorgio de Santillana: Fato antico e fato moderno, Adelphi 1985
  • Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend: Il mulino di Amleto, Adelphi 2003
  • Robert Graves: I miti greci, Longanesi 1963
  • Anna Santoni: Antiche stelle. Miti di gloria e di Hybris nel cielo dei Greci e dei Romani, in (a cura di) Alberto Camerotto – Sandro Carniel, Hybris, i limiti dell’uomo tra acque, cieli e terre, Mimesis 2014
  • Angelo Tonelli: Eleusis e Orfismo, Feltrinelli 2015
  • Angelo Tonelli: Eraclito: dell’Origine, Feltrinelli 2012
  • Platone: Timeo, BUR 2014
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