Umanità antidiluviane, giganti, “gentili”

(a lato: Machu Picchu, foto dell’autore)

Continuiamo in questa sede il discorso sulla tradizione andina, precedentemente affrontato nei quattro articoli che abbiamo già pubblicato su A X I S m u n d i [cfr. «Quaderni Andini», in Antica America]. In chiusura, avremo modo di operare qualche confronto anche con la tradizione messicana e con quella europa (ellenica, norrena).

Strettamente connessa alla dottrina dei cicli e del pachacuti [cfr. Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina] è la credenza nell’esistenza di antiche razze proto-umane che popolarono il nostro pianeta prima dell’avvento del “Quinto Sole”—razze che, come abbiamo visto [cfr. Viracocha e i miti delle origini: creazione del mondo, antropogenesi, miti di fondazione], vengono ciclicamente eliminate, al finire di ogni “Grande Anno”, da un evento catastrofico, per lasciare posto all’umanità del ciclo successivo (similmente al mito esiodeo).

Dai cronisti spagnoli cristiani le precedenti umanità vennero denominate genericamente gentiles, vale a dire gentili, “pagani senza Dio”. Le denominazioni delle culture autoctone variano a seconda delle aree geografiche: nella sola lingua quechua essi sono chiamati machucuna (“vecchi”), auki (“nonni”), nawpaq (“quelli del tempo antico”) o purun runa (“la gente della terra desolata”,  “gli uomini dei luoghi desertici”, “i selvaggi”) [Polia, p. 71]—vale a dire l’umanità che visse durante il purun pacha (“tempo del mondo desolato o selvaggio”), l’epoca che fu il “ciclo delle forze del caos, il tempo dei giganti” e che Poma associa, come abbiamo avuto modo di vedere, al “Terzo Sole” [cfr. Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina].

Il manoscritto di Huaru Chiri [cap. 5] narra:

Gli uomini che vissero allora non facevano altro che combattere e lottare fra loro in continuazione e riconoscevano come Curaca [=capi, signori, autorità] solo i forti e i ricchi. Noi chiamiamo costoro i Purun Runa”.

Riportiamo anche la testimonianza di Fernando de Avendano, che nei suoi Sermoni sui Misteri della Nostra Santa Fede (1649), parlando della razza di giganti assassini Wari, scrisse [cit. in Polia, p. 72]:

“I vostri antenati dissero che esistevano anticamente certi uomini assai malvagi come può vedersi dalle loro ossa sulla costa di Manta. Anche nella zona prossima a Potosí si vedono alcune loro ossa assai grandi. Dicono che erano giganti e che su di essi, per i loro peccati, cadde fuoco dal cielo che li arse e morirono tutti”.

Questo racconto si collega all’episodio dell’incontro di Viracocha con gli abitanti di Cacha, i quali, rei di averlo accolto con le pietre in mano, verranno trasformati in pietra per mezzo di una pioggia infuocata di provenienza celeste e sovrannaturale; ma si lega anche alla tradizione, riportata anche da Garcilaso nel libro IX dei suoi Commentari, oltre che da Fernando de Montesinos (1642), dei giganti che approdarono su zattere e canoe a Punta Santa Elena (attuale golfo di Guayaquil, oggi chiamata Puerto Viejo). Secondo le leggende questa popolazione titanica, uomini “grandissimi e alti”, “sodomiti e assassini” arrivò a tali eccessi che “la giustizia divina s’incaricò del castigo e questo si compì in un istante per mezzo d’un fuoco inviato dal cielo che li arse”. Montesinos aggiunge che [cit. in Polia, p. 73] “a memoria del fatto restano le ossa che Dio volle conservare a monito dei posteri. Può vedersi una tibia dell’altezza di un uomo”. Resti simili (ossa e mummie di “giganti immani” venerate dagli indios) furono rinvenuti personalmente e destinati al rogo da Pablo José de Arriaga, l’ “estirpatore di idolatrie” del XVII secolo.

Secondo un’altra versione del mito [Rosas, p. 71], due giganti che abitavano la penisola di Santa Elena si macchiarono dell’omicidio di una grande quantità di nativi. Un giorno, “scese dal cielo un giovane uomo scintillante” (“shining young man”) che li combatté con il fuoco: i segni delle fiamme, che eliminarono definitivamente gli esseri titanici, sarebbero visibili ancora oggi sulle rocce della penisola.

Tuttavia, la maggior parte delle leggende andine raccolte parlano della distruzione della razza dei giganti, che abitava il mondo durante l’èra del “Quarto Sole” (vale a dire, quella precedente alla nostra), per mezzo di un diluvio inviato da Viracocha—o da “Dio”, nelle cronache spagnole. Tale tradizione è viva ancora oggi. Secondo i frammenti di miti raccolti dall’antropologo Mario Polia nell’area di Huancavelica [Polia, p. 76], si racconta che i giganti si fossero riprodotti a tal punto che ormai la terra non bastava più, e dovettero costruire terrazze per coltivare le parti più impervie dei monti (come si possono ammirare ancora oggi, ad es., nei siti di Ollantaytambo e Pisaq nella Valle Sacra di Cusco). Viracocha, irritato per la loro immoralità, prima inviò un diluvio, ma “quelli si rifugiarono nelle zone alte e costruirono lassù le loro case per nascondersi. L’inondazione non poté raggiungerli. Allora sorsero due soli, uno da oriente e l’altro da occidente e tutta quella gente morì. Si estinse la loro razza”. Come ultimo disperato tentativo, tentarono la fuga scavando grotte e sotterranei, nei quali si rifugiarono, ma infine perirono bruciati o per il semplice terrore del sole.

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L’autore presso il sito di Sacsayhuaman, Valle Sacra di Cusco, Perù.

Sacsayhuaman: la fortezza dei titani

Spesso, parlando delle umanità antidiluviane, i miti fanno menzione della loro singolare abilità nel lavorare la pietra e nel costruire fortezze (pucara) inespugnabili. Secondo la tradizione [Polia, p. 88] della popolazioni che abitano la zona del centro megalitico Checo, presso cui oltre cento monoliti di varie dimensioni e forme giacciono inflitti nel terreno:

“… i gentili avevano sollevato e tagliato quelle moli immense. Dissero che anche al Cuzco il tempio-fortezza di Saqsaywamán, coi suoi blocchi immani, era opera degli auki, gli antenati semidivini che facevano muovere le rocce frustandole, come si riunisce il bestiame”.

Secondo i Commentari Reali di Garcilaso Inca de la Vega [libro VIII, p. 277], invece, la fortezza di Sacsayhuaman avrebbe il primato di primo complesso monumentale eretto nella sacra valle di Qosqo in seguito all’arrivo del primo “Figlio del Sole”, Manco Capac. A parere di Juan de Betanzos (1551) [Salazar, p. 47] fu l’Inca Pachacutec, ottavo sovrano del Tahuantinsuyu, a dare alla città la forma di un puma. Sarmiento de Gamboa (1572), invece, nomina Tupac Yupanqui, successore di Pachacutec, come iniziatore della costruzione megalitica.

Dalla lettura di tutte le cronache del XVI secolo che ci sono giunte emerge come gli autori “non poterono sottrarsi dall’influsso dell’aura generato dalla sua presenza e meravigliati la descrissero”. Martín de Murua (1590) scrisse che Sacsayhuaman “sembra un’opera di giganti o una muraglia più della natura che dell’arte” [Salazar, p. 50]. I cronisti spagnoli del tempo parlarono di “tecnologia demoniaca” e affermarono che solo una razza di demoni avrebbe potuto erigere mura tanto ciclopiche, composte da rocce talmente pesanti da essere difficilmente trasportabili a certe altezze, che combaciavano perfettamente l’una con le altre, alcune raggiungendo l’incredibile numero complessivo di undici o dodici angoli.

Un monaco spagnolo di cui fa menzione Garcilaso raccontò all’autore che [Commentari Reali, libro VIII, p. 301] non avrebbe mai dato credito ai racconti dei nativi se non l’avesse vista [la fortezza di Sacsayhuaman] con i suoi occhi, perché immaginarla senza vederla è impossibile a dirsi” e che “in realtà pare difficilmente spiegabile come un progetto simile sia stato portato a conclusione senza l’aiuto del Maligno”.

Anche l’autore dei Commentari Reali, dal canto suo, si interroga estasiato sull’enigmatica tecnologia che avrebbe potuto permettere la costruzione di questa misteriosa fortezza: paragonandola alle sette meraviglie del mondo, concluse che essa è ancora più sconvolgente nella sua abnormità. Se, infatti, la costruzione di imponenti templi formati da pietre regolari quali le Piramidi d’Egitto in fin dei conti si possono spiegare razionalmente, per Sacsayhuaman—rileva Garcilaso [libro VIII, p. 302]—la situazione è ben diversa:

“In che modo possiamo spiegare il fatto che gli antichi peruviani sapessero [lavorare] (…) tali enormi blocchi di pietra, più simili invero a pezzi di montagna che non a mattoni da costruzione—e che ci siano riusciti, come ho già accennato, senza l’utilizzo di alcuna macchina o strumento? Un enigma simile non può essere facilmente risolto se non ammettendo un qualche ricorso alla magia”.

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Tambomachay, Valle Sacra di Cusco, Perù. Foto dell’autore.

“Mescolanza culturale”

Altri complessi monumentali della Valle Sacra che suscitarono l’interesse e la perplessità dei cronisti e degli archeologi sono Ollantaytambo, Pisaq, Q’enqo, Pucapucara (secondo Garcilaso eretta dal terzo inca, Lloque Yupanqui) [Garcilaso, Libro II, p.69], Tambomachay e la celeberrima cittadella denominata Machu Picchu, riscoperta solo nel XX secolo e mai citata nelle cronache antiche da Garcilaso e contemporanei. C’è chi [Honoré, p. 53] definì le opere architettoniche degli antichi peruviani come “materia cristallizzata, costretta in forme geometriche”.

Il dr. Javier Cabrera, noto per aver studiato le enigmatiche “pietre di Ica” nella regione di Paracas, sosteneva che tali costruzioni ciclopiche fossero in relazione con l’antica civiltà di Tiahuanaco [cfr. L’enigma di Tiahuanaco, culla degli Inca e “Isola della Creazione” nella mitologia andina], e rilevava [cit. in Petratu e Roidinger, pp. 104-5]:

“La possente costruzione di pietra di Machu Picchu sulle Ande peruviane, come anche altre inspiegabili costruzioni megalitiche, quali ad esempio Sacsayhuaman, Tiahuanaco, Pumu-Mucu [refuso per Puma Punku, nda] e così via, sono probabilmente opera, nelle loro più antiche fondamenta, di questo genere umano antichissimo. Gli edifici eretti in seguito con rocce diverse e più piccole sono le prestazioni comparativamente semplici degli Incas e dei Preincas. Io chiamo questo processo mestizie cultural, ossia mescolanza culturale”.

Già nel 1865, l’archeologo nordamericano Squier aveva ipotizzato che nel passato del continente sudamericano fossero esistite due culture fortemente differenziate: una, che visse in un passato molto più remoto, dotata di un elevato livello tecnologico e una, più vicina all’uomo moderno, al tempo degli Inca e dei popoli da essi conquistati [Petratu e Roidinger, p. 180]. Ad aver lasciato le vestigia megalitiche più enigmatiche, ovviamente, dovevano essere stati i primi coloni: gli “dèi” e i giganti delle leggende e del folklore andino.

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Chavín de Huantar, Perù settentrionale. Foto dell’autore.

I giganti nella tradizione folklorica andina

Il già più volte menzionato antropologo italiano Mario Polia raccolse numerose testimonianze che dimostrano come questa credenza in una precedente umanità di giganti sia ancora particolarmente viva tutt’oggi nel folklore dei campesinos andini. Un anziano di Samanga, presso la Cordigliera del Condor, gli raccontò che [Polia, p. 70]:

“All’inizio del mondo, prima che gli uomini esistessero, c’erano i giganti. Vivevano sui monti e combattevano tra loro. Questo accadde prima del diluvio. Nessuno sa quanto tempo fa. Prima degli Spagnoli, prima degli Incas. Le pietre di Samanga sono i proiettili lanciati dalle fionde dei giganti. Sono huacas”.

La tradizione folklorica di Cuzco non è certo da meno rispetto a quella della Cordigliera: secondo un mito, sempre collazionato da Polia [p.74]:

“Agli inizi Dio creò esseri che vivevano alla luce della luna [in realtà ciò farebbe pensare all’umanità del “Primo Sole”, nda; cfr. Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina], i machucuna, i vecchi. Possedevano grandi poteri perché costruirono grandi città e fortezze e vivevano a lungo: 150, 200 anni. I machucuna vestivano e costruivano le loro case come facciamo noi oggi ma non sapevano adorare Dio; né pregare e vivevano come bestie. Per castigarli Dio fece comparire tre soli che sciolsero le rocce col loro calore e bruciarono i giganti, o li costrinsero a rifugiarsi nelle caverne dove ancora vivono. Escono durante le eclissi di luna, a ballare al suono di flauti e tamburi.”

Un altro racconto cusqueno, anch’esso probabilmente riferito all’umanità del “Primo Sole”, narra [Polia, p. 74]:

I vecchi del tempo primordiale (nawpaq machula) furono i primi uomini che abitarono la terra. Erano pochissimi ma dotati di grande potere fisico e spirituale. Giganti che raggiungevano grandi età. La loro età si concluse quando il sole spuntò per la prima volta”.

Coscienti della fine imminente, i giganti primordiali presero tutti i loro averi e fuggirono verso la selva, dove regnava l’oscurità; nascosero sotto terra l’oro, l’argento, i tessuti, gli strumenti da lavoro e i loro monili; essi sono—come dice l’anonima fonte a Polia—“i tesori nascosti che ardono di notte”.

Altre testimonianze parlano della fuga di questa razza primordiale sulla cima delle montagne in seguito alla venuta dell’“èra dell’Inca Re” (vale a dire, dell’èra del “Quinto Sole”): guerrieri potenti, si narra che essi quando combattevano ricoprissero col piombo le ferite alla testa. Si narra anche che fossero capaci di imprese impossibili da spiegare razionalmente (“Facevano camminare le pietre frustandole. La terra stessa si muoveva quando glielo ordinavano”). Ciò sembra essere di interesse se si ritorna alle “inspiegabili abilità tecniche e tecnologiche” dei costruttori di Tiahuanaco, Puma Punku, Sacsayhuaman e tutti i siti della Valle Sacra di Cusco.

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Museo del sito di Chan Chan, Huanchaco, Perù settentrionale. Foto dell’autore.

I giganti del “Quarto Sole” e la loro fine

Secondo la testimonianza di uno sciamano dell’area di Ayacucho [Polia, p. 79]:

“I gentili erano esseri umani come noi ma più grandi, forti e selvaggi. Vivevano a lungo ma non avevano leggi. Non conoscevano vincoli familiari. Si ammazzavano e distruggevano fra loro. Per questo, alla fine, cadde un diluvio che li sterminò tutti”.

La connessione tra l’esistenza leggendaria di umanità precedenti alla attuale e la punizione divina nella quale essi incorrono nelle varie ère (pioggia infuocata, diluvio, etc), cui segue infine una disperata fuga nel sottosuolo e negli anfratti delle montagne o una subitanea trasformazione in statue o in rocce—tutti questi mitologhemi sono confermati ampiamente dalle fonti, dalle cronache spagnole del tempo della Conquista alle interviste etnologiche collazionate dall’antropologo Polia nella seconda metà del secolo scorso. Le testimonianze raccolte da quest’ultimo nell’area di Huancavelica [Polia, p. 76]:

“testimoniano una tradizione comune persistente attraverso i secoli, i cui elementi fondamentali sono la mancanza di leggi morali—i giganti erano avidi, cannibali e incestuosi—, la loro capacità divinatoria—erano veggenti, conoscevano i pensieri di Dio e ne prevenivano i castighi—, l’abilità nel lavorare la pietra, nelle opere di ingegneria idraulica e nell’arte della tessitura e il loro potere magico negativo: erano stregoni”.

Le stesse caratteristiche [vd. nota 1] si ritrovano nella tradizione ellenica [Evola, p. 270]: 

Nel Kritias platonico, violenza e ingiustizia, brama di potenza e cupidigia sono le qualità riferite alla degenerazione degli Atlantidi. In un altro mito ellenico è detto che gli uomini dei tempi primordiali (…) eran pieni di di tracotanza e di superbia, commisero più di un misfatto, spezzarono i giuramenti ed erano spietati”.

Anche secondo la tradizione greca la progenie dei Giganti e dei Titani perisce in leggendarie guerre contro gli Dèi olimpico-uranici, tra cui quella più recente, che si risolse nel “Diluvio di Deucalione”, così denominato dagli storici ellenici per il fatto che, secondo il mito, solo questo titano si salvò, e dalle pietre diede vita alla nuova razza umana, similmente al mito che vuole Viracocha creare i primi uomini della nuova razza dalle pietre raccolte dalle sponde del Titicaca [cfr. L’enigma di Tiahuanaco, culla degli Inca e “Isola della Creazione” nella mitologia andina]. In entrambe le tradizioni si tratta, come abbiamo visto [cfr. Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina] della fine del ciclo precedente al nostro, denominato in ambito mediterraneo “Età del Bronzo” e sulle Ande “Quarto Sole”.

A ciò si aggiunga che, sempre in ambito europeo, anche la tradizione nordica, celtica e anglosassone riferisce di un antica razza di giganti, sterminati da un’alluvione per i loro peccati. Nel Beowulf, ad es., si legge:

“Incisa in tempi remoti appariva la lotta furibonda
di un giorno in cui il diluvio e il mare infuriando
distrussero la stirpe dei giganti.
Aveva vissuto in superbia quella gente odiosa al dio eterno,
che infine li ripagò con questo ultimo dono, il possente diluvio.”

Un secondo riferimento nel Beowulf si può trovare ai versi 113-114, dove il poeta parla dei “giganti che lottarono a lungo contro Dio” [Branston, p. 71]. Ma, nonostante il diluvio, i giganti non furono annientati; rimangono comunque vivi nel folklore anglo-sassone e hanno una parte di rilievo nella tarda mitologia pagana dell’Europa settentrionale. Così pure avviene sulle Ande, dove “gli antichi primordiali, sebbene sprofondati nel sottosuolo e occultati alla vista, nondimeno vivono ancora” [Polia, p. 74].

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Machu Picchu, Valle Sacra di Cusco, Perù. Foto dell’autore.

“Non sono morti, si sono occultati”

Abbiamo già avuto modo di notare come nel folklore dei campesinos andini i giganti primordiali, sebbene sprofondati nel sottosuolo e occultati alla vista, nondimeno “vivono ancora, sono malvagi”: vivono “nelle grotte sepolcrali dove si nascosero e nelle rocce in cui si tramutarono. Come riporta Polia [p. 74], in ultima analisi, la loro morte è solo apparente:

“I gentili sono ancora vivi. Di notte, le ossa si riuniscono a formare un corpo umano. Non possono morire. Dicono che ancora oggi i gentili si alzano di notte e vanno alle feste. Ma solo finché canta il gallo, solo fino alle due o alle tre del mattino. Non oltre. Dopo quest’ora scompaiono. Se la prima luce del sole li sorprende tornano vecchie ossa corrose”.

Secondo la testimonianza dello sciamano di Ayacucho di cui sopra [Polia, pp. 76-77], quando Viracocha inviò il diluvio per sterminarli essi dissero: «Non lasceremo i nostri tesori, meglio fuggire sui monti più alti, fra le rupi, aprire voragini nella terra, nascondersi giù, giù». E lì stanno ancora, lì sotto. Leggende simili si ritrovano in tutta l’America. Secondo gli indiani Yakima [Erdoes e Ortiz, p.187]:

“Un qualche giorno il Grande Capo Lassù rovescerà quelle montagne e quelle rocce. Allora gli spiriti che un tempo vivevano in quelle ossa sepolte ritorneranno in esse. Attualmente quegli spiriti vivono sulle cime delle montagne, osservando i loro figli sulla terra ed aspettando il grande cambio che deve venire” .

Si noti che, così come nella tradizione andina i giganti al termine del “Quarto Sole”, con la catastrofe diluviana, non spariscono definitivamente, bensì continuano a vivere occultati in un qualche regno sotterraneo o montano, così anche nella tradizione europea, per dirla con Evola [p. 249]:

Lo sparire della terra sacra leggendaria può anche significare il passare nell’invisibile, nell’occulto o immanifesto (…) giacché come invisibili—secondo Esiodo—[gli Atlantidi, i Titani] continuerebbero ad esistere, quali guardiani degli uomini, gli esseri della prima età che mai sono morti”.

Il mito ellenico è pressoché identico a quello andino [Evola, p. 249]:

Al prevalere dell’empietà sulla terra, i superstiti delle età precedenti passarono in una sede «sotterranea»—cioè invisibile—che, per interferenza col simbolismo dell’«altezza», spesso viene situata nei monti” [vd. nota 2].

Riportare per intero miti universali di questo genere, che mettono in connessione giganti e mondo sotterraneo, sarebbe un’impresa davvero titanica, dal momento che racconti simili sono diffusi pressoché in tutto il mondo [vd. nota 3]; ci fermiamo dunque qui, sperando di aver dato sufficienti indicazioni.

Rimane a questo punto da notare come sovente le narrazioni sulle razze leggendarie precedenti a quella attuale si riallaccino al topos della terra invisibile e colma di tesori. Un’altra fonte, anch’essa nominata da Polia, afferma: “ora il loro mondo è incantato, sparito nelle viscere della terra, in un’immensa caverna piena di tesori custodita da un vecchio”—consegnandoci un’immagine ideale del corrispettivo andino alla mitica Shambhala di tibetana memoria [cfr. Il Regno Sotterraneo (F. Ossendowski, «Bestie, Uomini, Dèi»)]. Allo stesso corpus di leggende sembrano appartenere quelle
che narrano di [Polia, p. 32]:

“(…) porte incantate che si aprono all’improvviso tra le rocce, per un attimo solo, su antri luminosi scintillanti d’oro dove scorre il suono fluido di flauti di canna e pulsano tamburi che spiriti ornati d’oro e di piume suonano nelle viscere del monte”.


Note:

  1. Si potrebbe riportare qualcosa anche riguardo alla tradizione messicana,  di cui spesso abbiamo constatato le similitudini con quella andina. Citiamo ad es. le testimonianze dei cronisti Pedro de los Rios, che narrò come prima del diluvio la Terra di Anahuac fosse stata abitata dai giganti Tzocuillexo, e Fernando de Alba Ixtilxochitl, il quale raccontò che “resti dei giganti abitanti nella Nuova Spagna (Messico) si potevano trovare ovunque. Gli storici Toltechi li chiamano Quinametzin e narrano che contro di loro sono state combattute molte guerre e che hanno causato grande dolore in questa terra”. Inoltre, il medico Hernandez, che visitò la piramide di Cuicuilco vicino a Città del Messico, scrisse al sovrano Filippo II di aver trovato ossa enormi di uomini che dovevano raggiungere un’altezza di oltre cinque metri; gli indios affermavano inoltre che la piramide fosse stata costruita dai giganti stessi. Cortés stesso, durante la conquista del Messico, entrò in possesso di ossa gigantesche, che secondo gli indigeni appartenevano a una oramai estinta razza di giganti e si premurò di spedire personalmente al Re di Spagna un “femore alto quando un essere umano”.
  2. Alla stessa maniera, nelle saghe irlandesi, è detto che i Tuatha dè Danann si ritirarono nel “Paradiso Nord-Occidentale” dell’Avalon e in parte elessero dimore sotterranee; e prima ancora anche la razza gigantesca dei Fomori si rifugiò sottoterra, quando venne invasa e annientata quasi del tutto dai Tuatha.
  3. Ci limiteremo in questa sede a dare qualche dritta. La mitologia greca ci informa che i giganti della “razza di Bronzo”, allorché furono distrutti da immani cataclismi, vennero inghiottiti dall’abisso dell’Ade e relegati nel profondo delle viscere della Madre Terra: come in una maledizione, furono incatenati e divennero elementi naturali o forze endogene, le stesse forze che scatenano fenomeni tellurici ed eruzioni vulcaniche. La tradizione ario-persiana narra nei propri testi della distruzione degli ultimi membri dell’umanità prediluviana: in Yasna IX,15 si legge questa invocazione: “Tu, o Zaratustra, hai fatto nascondere nella terra tutti i demoni che prima andavano per il mondo in forma umana”. Nella tradizione norrena i giganti si suddividono in tre specie: le prime due, i “Giganti dei Monti” e i “Giganti del Gelo”, sono chiaramente esseri ctonici; la terza specie, i “Giganti del Fuoco”, che di esso rappresentano il potere distruttivo [Branston p.111]. Il nesso giganti-vulcani-profondità ctonie è presente pressoché ovunque nell’antichità: si narrava che Loki, “nemico degli Æsir”, fosse stato incatenato in una grotta sotterranea fino alla fine dei giorni—ovvero, fino al Ragnarökkr—, similmente al Lucifero/Satana della tradizione giudaico-cristiana, o al Prometeo ellenico. In Islanda, si diceva che Loki giacesse incatenato sotto il vulcano Hekla, dove si trova—secondo il folklore locale—l’entrata per gli inferi, e “quando si contorceva per il dolore il vulcano entrava in eruzione e la terra si scuoteva” [Branston p.185].

Bibliografia:

  • Brian Branston, Gli dei del Nord (Il Saggiatore, Milano, 1962).
  • Richard Erdoes e Alfonso Ortiz, Miti e leggende degli Indiani d’America (Mondadori, 1994).
  • Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (Mediterranee, Roma, 1969).
  • Pierre Honoré, Ho trovato il Dio bianco (Garzanti, Milano, 1963).
  • Garcilaso Inca de la Vega, The Royal Commentaries of the Inca (El Lector, Arequipa, 2008).
  • Cornelia Petratu e Bernard Roidinger, Le pietre di Ica (Mediterranee, Roma, 1996).
  • Mario Polia, Il sangue del condor. Sciamani delle Ande (Xenia, Milano, 1997).
  • Fernando Rosas, Peruvian Myths and Legends (El Lector, Arequipa, 2000).
  • Liliana Rosati, La storia vera di Huaru Chiri (Sellerio, Palermo, 2002).
  • Fernando E. Elorrieta Salazar e Edgar Elorrieta Salazar, Cusco y el Valle Sagrado de los Incas (Tankar, Cusco, 2005).
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