H.P. Lovecraft: “Sotto le Piramidi”

Nel 1924, al giovane scrittore H.P. Lovecraft [cfr. Lovecraft, o l’inconsistenza del reale] venne commissionato un racconto da parte del celeberrimo mago Harry Houdini. Quest’ultimo raccontò a Jacob C. Henneberger, direttore della rivista Weird Tales alla quale Lovecraft al tempo vendeva i suoi lavori, una storia che sosteneva essergli realmente accaduta. Il noto illusionista raccontò che durante il suo viaggio per l’Australia si era fermato al Cairo, dove fu rapito da due beduini e chiuso dentro una cripta faraonica. Da qui, era riuscito a scappare solo dopo avere superato una «orribile esperienza» che non poteva rivelare.

«Il mio compito», scrisse Lovecraft a un amico, «sarà inventare questo episodio e colorirlo delle più macabre sfumature. Al momento non so quanto potrò spingermi lontano, perché a giudicare da un racconto di Houdini che Henneberger mi ha mandato come campione, vedo che il mago tenta di far passare queste avventure degne di un Münchausen come vicende vissute. Basta un’occhiata per rendersi conto che è un uomo estremamente pieno di sé. In ogni caso, credo di poter inventare qualcosa di abbastanza infernale…».

La redazione del racconto fu piena di imprevisti:  la prima stesura venne smarrita e si rese necessario per H.P.L. redigere il manoscritto da capo durante la prima notte di nozze! In un documento autobiografico, lo scrittore così ricorda il complicatissimo parto di Sotto le Piramidi:

«Ragazzi, quel racconto di Houdini! Mi ha teso allo stremo e non l’ho finito fino a quando non siamo tornati da Philadelphia. Nella prima parte ho spinto al massimo il realismo descrittivo; poi, quando mi sono tuffato nella parte che si svolge sotto le piramidi, mi sono scatenato e ho tirato fuori alcuni fra gli orrori più arcani, infidi e innominabili che abbiano mai calcato, con il piè forcuto, i tenebrosi abissi necrofagi della notte primeva. Per fare in modo che la vicenda si potesse adattare al carattere del popolare showman ho annacquato il tutto con la formula “è stato tutto un sogno”: vedremo che ne pensa Houdie».

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HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT

Sotto le Piramidi

 

I.

Il mistero chiama il mistero. Sin da quando ho raggiunto la celebrità come “mago”, dato che ero in grado di effettuare delle cose al di là del normale, mi è stato dato di incontrare strane vicende e strani casi che hanno indotto la gente a considerare collegati ai miei interessi ed alle mie azioni in funzione della mia attività. Alcuni non erano importanti né del tutto rilevanti, altri veramente drammatici ed avvincenti, mentre altri ancora mi avevano procurato delle esperienze strane e pericolose; infine alcuni erano stati tali da spingermi ad effettuare delle ricerche scientifiche e storiche di vasta portata. Molti di questi casi li ho già narrati, e continuerò a narrarli: ma ce n’è uno di cui non parlo volentieri e che ora riporto solo a seguito delle insistenze dei responsabili di questa rivista, che hanno sentito dei vaghi accenni al riguardo da altri membri della mia famiglia.

Questa storia, che finora è rimasta segreta, riguarda una visita da me compiuta in Egitto quattordici anni or sono non per motivi professionali, e non ne ho mai parlato per diverse ragioni. Prima di tutto, non è nella mia indole sfruttare certe situazioni e certi avvenimenti assolutamente reali, ma ovviamente ignoti alle quantità di turisti che affollano le piramidi, e rigorosamente occultati dalle autorità del Cairo, autorità che non possono esserne all’oscuro. Inoltre, non mi piace molto narrare un episodio in cui la mia fantasia e la mia immaginazione devono aver sicuramente avuto una parte preponderante. Ciò che ho visto, o che ho creduto di vedere, non si è verificato realmente, e deve essere considerato piuttosto come il frutto della lettura da parte mia di diversi testi d’egittologia e di ipotesi pertinenti a questo tema, ovviamente suggerite dal contesto in cui mi trovavo. Questi impulsi della mia immaginazione, ingigantiti dall’emozione dovuta ad un avvenimento di per sé già abbastanza terribile, devono aver dato origine all’orrore abissale di quella notte tanto lontana nel tempo.

Nel gennaio del 1910 avevo appena terminato un lavoro in Inghilterra ed avevo firmato un contratto per effettuare una tournée nei teatri australiani. Poiché avevo parecchio tempo per il viaggio, decisi di approfittarne nel modo che ritenevo più interessante; perciò, accompagnato da mia moglie, attraversai tutto il continente e m’imbarcai a Marsiglia sulla nave Malwa, diretta a Porto Said. Da lì mi proponevo di visitare le principali località storiche del Basso Egitto prima di partire per l’Australia.

Il viaggio fu molto piacevole, costellato di molti episodi curiosi come sono soliti capitare ad un “mago” anche al di fuori del suo lavoro. Per viaggiare tranquillo, avevo deciso di rimanere in incognito: ma poi mi tradii a causa di un collega, dato che il suo intento di sbalordire i passeggeri con dei trucchi piuttosto dozzinali fece sì che mi dessi da fare per riprodurre e superare le sue “performances”. Ne parlo soltanto per spiegare quale fu l’effetto, che peraltro avrei dovuto prevedere prima di rendere nota la mia identità ad un folto gruppo di turisti in procinto di disperdersi nella Valle del Nilo: dovunque andassi, già sapevano chi ero, e questo fece sì che io e mia moglie non potessimo godere la tranquillità che avevamo sperato. Io, che ero partito in cerca di curiosità, spesso diventavo una curiosità per gli altri!

Ci eravamo recati in Egitto in cerca di cose e sensazioni esotiche, ma non ne trovammo molte, quando la nave si ancorò a Porto Said e fece prendere terra ai passeggeri per mezzo di piccole imbarcazioni. Basse dune di sabbia, boe che galleggiavano nell’acqua poco profonda ed una città desolata e di impronta europea dove non c’era nulla d’interessante, eccettuato il grande monumento a De Lesseps, ci spinsero a cercare qualche meta più degna di attenzione. Dopo averne discusso, decidemmo di proseguire per il Cairo e le piramidi, per poi recarci ad Alessandria, dove avremmo visto le antichità greco-romane  di quella città per poi prendere la nave per l’Australia.

Il viaggio in treno non fu dei più brutti, e durò solo quattro ore e mezzo. Percorremmo un bel tratto del Canale di Suez, dato che la ferrovia lo costeggia fino a Ismailya, e più in là incontrammo le prime propaggini dell’Antico Egitto, quando c’imbattemmo in un canale scavato ai tempi del Regno Medio e in seguito riattato e reso percorribile. Poi, finalmente il Cairo, che scintillava di luci nella gloria del crepuscolo: sembrava una costellazione splendente, che divenne sfolgorante quando scendemmo alla stazione centrale.

Rimanemmo però delusi, dato che tutto quello che si parava davanti ai nostri occhi era di taglio europeo, eccettuati i costumi e la gente. Un moderno sottopassaggio ci condusse in una piazza piena di carrozze, tassì e tram, i cui alti edifici erano illuminati da lampade elettriche. Il teatro, nel quale declinai l’invito ad esibirmi e dove assistetti invece in seguito ad una rappresentazione come semplice spettatore, aveva da poco cambiato nome, e si chiamava adesso The American Cosmograph. Con un tassì che percorreva a grande velocità strade spaziose e ben tracciate, giungemmo allo Shepherd’s Hotel, e lì, un po’ per l’irreprensibile servizio offerto dal ristorante, un po’ per l’efficienza degli ascensori e la presenza di agi e comodità di tipico stampo angloamericano, il misterioso Oriente e l’antichissimo passato ci parvero enormemente lontani.

Ma la giornata seguente ci catapultò invece, con nostro sommo piacere, in un’atmosfera degna delle Mille e una notte: nei vicoletti tortuosi e nei panorami esotici del Cairo pareva infatti che tornasse in vita la Bagdad di Harun el-Rashid. Il nostro Baedeker ci aveva guidato verso est, oltre i giardini di Ezbekiyeh, lungo il Mouski, per mostrarci il quartiere indigeno, e dopo un po’ finimmo nelle grinfie di un cinguettante cicerone il quale, nonostante le cose che successero in seguito, senza dubbio conosceva bene il suo mestiere. Fu solo in seguito che compresi che era stato un errore non chiedere in albergo una guida autorizzata.

Il nostro cicerone, un tipo dalla faccia sbarbata e la voce bassa, e nell’insieme accettabilmente pulito, sembrava un faraone e si faceva chiamare “Abdul Reis el Drogman”, e sembrava esercitare una particolare influenza sui suoi colleghi. Questi, però, alle domande rivolte loro in seguito dalla polizia risposero di non conoscerlo, e ci spiegarono che il termine reis designa genericamente una persona importante, e che Drogman è semplicemente una derivazione della parola dragoman utilizzata nelle lingue orientali per indicare le guide turistiche. Abdul ci mostrò delle meraviglie che fino ad allora avevamo visto solo nei libri e nei sogni. La parte vecchia del Cairo è una fonte inesauribile di favole e miti: labirintiche viuzze custodi di olezzanti segreti; verande e bovindi arabi che paiono quasi congiungersi sulle strade acciottolate; congestioni stradali tipicamente orientali reboanti di urla incomprensibili, cigolii di ruote, sferzate di fruste, clangore di monetine e ragli d’asini; assalti visivi di veli, vestiti, turbanti e tarbush dai caleidoscopici colori; venditori d’acqua e dervisci, cani e gatti, maghi e barbieri. E, sopra tutto, le cantilene dei mendicanti ciechi che siedono agli angoli delle strade e il richiamo modulato dei muezzin che giunge dalle cime dei minareti, i cui contorni si stagliano contro l’azzurro vivido di un cielo che non cambia mai.

Un simile fascino l’avevano anche i bazar coperti, ma questi erano più silenziosi. Spezie, essenze, aromi, incensi, tappeti, sete ed oggettistica in ottone: in mezzo alle varie bottiglie e bottigliette, a gambe incrociate, se ne stava seduto il vecchio Mahmoud Suleiman e, nel frattempo, dei giovani apprendisti pestavano la senape nell’incavo del capitello di un’antica  colonna romana in stile corinzio la quale, con molta probabilità, doveva provenire dalla vicina Heliopolis, dove erano state inviate tre legioni egizie da Augusto. Antichità ed esotismo iniziavano a fondersi. E le moschee… e il museo… nulla sfuggì alla nostra visita, ma non permettemmo alla nostra curiosità per la cultura araba di venir meno di fronte all’occulta malia esercitata su di noi dall’Egitto  dei faraoni, che esercitava il suo fascino attraverso gli inestimabili tesori custoditi nel museo. Ci riservavamo per la fine della visita il piacere di quel momento: per adesso eravamo paghi di contemplare gli splendori saraceni medievali dei califfi le cui splendide tombe vengono celate nella riverberante e leggendaria necropoli al confine con il deserto.

Passando per lo Sharia Mohammed Alì, Abdul ci guidò finalmente all’antica moschea di Hassan fino alla porta chiamata Babel Azab. Ai lati di questa si ergono due torri, e al di là di essa inizia il passaggio che conduce alla Cittadella fortificata che il Saladino fece erigere impiegando la pietra di alcune piramidi abbandonate. Quando arrivammo sulla sommità, passando intorno alla moschea moderna di Mohammed Alì, si era fatto il tramonto, e alla sua luce, guardando dalla balaustrata, potemmo contemplare la mistica città del Cairo, le cui cupole d’oro e i cui snelli minareti luccicavano tutti, impreziositi da un caleidoscopio di fiori rosseggianti nei giardini. Sull’intera città, si vedeva svettare in lontananza la grande cupola del nuovo museo e, ancora più in là, oltre il giallo e misterioso Nilo, padre dei secoli e delle dinastie faraoniche, si allungavano le malefiche sabbie del deserto libico; flessuose, cangianti, cariche di antichissimi e perfidi misteri. Il sole rosso calò, e allora si sollevò il freddo spietato della notte egiziana, e in quell’istante, mentre il globo infocato rimaneva sospeso sull’orlo del mondo come se fosse il dio di Heliopolis  stesso, Rƒ-Harakhte, alla sua luce rosso-sangue vedemmo apparire, nere, le antichissime tombe delle piramidi di Gizah, già vecchie di mille anni quando saliva sul trono d’oro della lontana Tebe il giovane Tut-Ankh-Amen. Fu in quel momento che la città saracena perdette per noi il suo interesse, e cominciammo a pregustare i più arcani misteri dell’Antico Egitto… la nera Kem di Rƒ e di Amon, di Iside e di Osiride.

Il mattino seguente predisponemmo tutto per la visita alle piramidi. Prima attraversammo a bordo di un Victoria l’isola di Chizereh, con i suoi imponenti alberi di lebbakh, e passammo sotto il ponte inglese che conduce alla riva occidentale, quindi riscendemmo il lungofiume, infilandoci tra i lebbakh, superando l’enorme giardino zoologico e dirigendoci al sobborgo di Gizah dove, in un secondo momento, è stato eretto un nuovo ponte per arrivare direttamente al centro del Cairo. Dopo aver oltrepassato l’entroterra seguendo lo Sharia el-Haram,  ci ritrovammo in un’area piena di limpidi canali e semplici villaggi indigeni; poi, finalmente, scorgemmo il maestoso profilo dei monumenti mèta della nostra ricerca che tagliavano la nebbia del mattino e si riflettevano capovolti nei fiumiciattoli che punteggiavano la strada. Come aveva detto Napoleone ai suoi soldati, quaranta secoli di storia ci stavano guardando.

Improvvisamente la strada divenne ripida finché il nostro tram non raggiunse la fermata, da dove saremmo dovuti andare al “Mena House Hotel”. Abdul Reis, il quale aveva acquistato per noi i biglietti, se la cavò benissimo nel difenderci dagli assalti dei beduini che vivevano in un misero villaggio di capanne d’argilla lì vicino e che erano soliti aggredire urlando tutti i viaggiatori. Riuscì infatti ad ottenere da loro due ottimi cammelli ed un asino per suo uso personale, ed ingaggiò degli uomini e dei ragazzi, più costosi che utili, perché conducessero i nostri animali. La distanza da percorrere, in realtà, era talmente breve che l’impiego dei cammelli risultava del tutto superfluo, ma fu lo stesso simpatico collezionare una nuova esperienza viaggiando sulle “navi del deserto”.

Le piramidi si trovano in un alto pianoro roccioso e, andando da sud a nord, costituiscono il penultimo gruppo delle tombe regali e principesche edificate nei dintorni di Menfi, l’antica capitale fiorita tra il 3400 e il 2000 a.C., costruita sulla stessa sponda del Nilo leggermente più a sud di Gizah. Fu Cheope, o Khufu, a far erigere intorno al 2800 a.C. la piramide maggiore, la quale supera i 150 metri di altezza ed è inoltre la più vicina alla strada moderna. Seguitando ad andare in direzione sud-ovest, troviamo poi la Seconda Piramide, fatta edificare da Khephren una generazione dopo; nonostante sia più piccola della precedente, sembra più grande in quanto eretta su un poggio più alto. Infine, troviamo la Terza Piramide, di dimensioni molto più modeste e fatta erigere intorno al 2700 a.C. da Mycerino. Sul limitare del pianoro roccioso, ad est dalla Seconda Piramide,  con tratti del volto alterati per creare una maestosa effigie del viso di Khephren, il faraone che ridette impulso al suo culto, ghigna l’orrenda Sfinge… muta, beffarda, padrona di una saggezza più antica dell’uomo e della memoria.

Altre piramidi, ma di dimensioni inferiori, si possono trovare in diversi punti, sia integre che in rovina, e l’intero pianoro è punteggiato di tombe appartenenti ai dignitari di rango non reale. Originariamente i tumuli di quest’ultimi venivano distinti mediante delle strutture in pietra somiglianti a dei banchi e chiamate mastaba che venivano erette sopra i profondi pozzi funerari. Se ne possono trovare diversi esempi in altri cimiteri di Menfi, ed uno di questi è rappresentato dalla Tomba di Perneb nel Metropolitan Museum di New York. Le mastaba di Gizah, però, sono state cancellate dal tempo e dalle razzie: a testimonianza della loro passata esistenza, restano unicamente i pozzi scavati nella roccia, saturi di sabbia o riportati alla luce dagli archeologi. Accanto ad ogni tomba veniva edificato un tempietto, e lì i sacerdoti ed i parenti offrivano cibo e preghiere all’alato kƒ, il principio vitale del defunto. I tempietti delle tombe minori erano alloggiati all’interno delle mastaba di pietra, mentre le cappelle funerarie delle piramidi in cui riposavano i faraoni erano dei templi veri e propri, che venivano tutti orientati ad est della rispettiva piramide e collegati tramite un passaggio ad un pesantissimo portale che dava sul bordo del pianoro roccioso.

Il tempietto che conduce alla Seconda Piramide, praticamente quasi sepolta dai movimenti continui delle sabbie, si allunga sotterraneamente a sud-est della Sfinge. Una consuetudine ancora in esistenza gli attribuisce il nome di “Tempio della Sfinge”, e forse il nome è appropriato, se la Sfinge è davvero un’effigie di Khephren, il costruttore della Seconda Piramide. Si tramandano storie orribili sulla Sfinge prima dell’avvento di Khephren: ma, quali che fossero originariamente i tratti del suo volto, il faraone ordinò che venissero sostituiti con i propri lineamenti perché gli uomini potessero guardare senza paura l’immane figura. La statua in diorite  di Khephren, a grandezza naturale, attualmente custodita nel museo del Cairo, venne rinvenuta proprio in quel tempio: una statua da me ammirata con meraviglia e timore. Non sono sicuro che oggi abbiano riportato alla luce l’intero tempio, ma nel 1910 l’edificio era ancora in massima parte sepolto e, di notte, l’ingresso era impedito da resistentissime spranghe. Vi stavano lavorando i tedeschi, ma probabilmente fu la guerra a distoglierli dai loro intenti. Che cosa non darei, data la mia esperienza e certe storie sussurrate dai beduini e confutate o ignorate dalle autorità del Cairo, per sapere cosa venne scoperto a proposito di un certo pozzo sito in una galleria trasversale dove furono rinvenute delle statue di Faraoni collocate, in enigmatica giustapposizione, di fronte a statue di babbuini!

Il percorso che facemmo quel mattino a dorso di cammello disegnava una curva brusca nel passare davanti alle costruzioni in legno sede della polizia, dell’ufficio postale, dello spaccio e dei negozi, siti a sinistra, per poi snodarsi verso sud e verso est, inerpicarsi sul pianoro e posizionarsi esattamente di fronte al deserto, sotto la Grande Piramide. Seguimmo la strada costeggiando la maestosa costruzione lungo il lato orientale: innanzi a noi, una valle punteggiata di piccole piramidi, e più oltre l’eterno Nilo che luccicava ad Oriente e lo sterminato deserto che sfolgorava ad Occidente. Le tre piramidi maggiori svettavano vicinissime: la più grande, essendo priva del rivestimento esterno, esponeva la sua struttura in enormi blocchi di pietra; le altre due, invece, recavano ancora buona parte della copertura che originariamente conferiva loro levigatezza e tornitura.

Quindi scendemmo verso la Sfinge: affascinati da quegli occhi cavi eppure terribili, ammutolimmo. Sul suo immane petto di pietra, scorgemmo l’emblema di Rƒ-Harakhte, il dio del quale si riteneva che la Sfinge fosse l’immagine ai tempi di una tarda dinastia, ed anche se la sabbia nascondeva la stele che la bestia recava tra le sue poderose zampe, ci tornarono in mente l’iscrizione che vi aveva fatto apporre Thutmosis quarto e il sogno da lui fatto quando era ancora un principe. In quel momento il sorriso della Sfinge ci irritò vagamente, facendoci ripensare alle leggende che circolavano sui passaggi esistenti sotto il suo corpo mostruoso… passaggi che portavano in basso, sempre più in basso, scendendo a profondità cui nessuno ardiva accennare, connessi a misteri più antichi delle Dinastie e minacciosamente legati alle divinità dalla testa animale più oscure del pantheon egizio. E in quel momento formulai tra me e me una vaga domanda il cui orrendo significato mi sarebbe stato rivelato soltanto molte ore dopo.

Sul luogo arrivarono altri turisti, e il nostro gruppo si avvicinò maggiormente al Tempio della Sfinge percorrendo cinquanta metri circa in direzione sud-est. Come ho già detto, vi si trova il grosso portale semisoffocato dalle sabbie che si apre sul camminamento che conduce al tempietto della Seconda Piramide, sul pianoro. Gran parte della costruzione era ancora sepolta, ed io ebbi l’impressione che, anche se avevamo percorso in alto e in basso un passaggio moderno che conduceva al corridoio d’alabastro e alla sala ornata di colonne, Abdul e il custode tedesco non ci avessero mostrato proprio tutto quello che c’era da vedere. Quindi compimmo il consueto giro del pianoro e contemplammo la Seconda Piramide e le strane rovine del suo tempietto. Sempre continuando verso est, osservammo la Terza Piramide, il suo tempietto e le piccole tombe satelliti: sia quelle della quarta e della quinta dinastia, scavate nelle rocce, sia la famosa Tomba Campbell, il cui oscuro pozzo arriva perpendicolarmente,  da diciassette metri, ad un inquietante sarcofago. Uno dei nostri cammellieri liberò quest’ultimo dalla sabbia dopo essere pericolosamente disceso nel pozzo tenendosi aggrappato ad una corda.

Giunsero delle grida dalla Grande Piramide: i beduini stavano proponendo ai turisti di salire e ridiscendere di corsa per loro l’enorme struttura dietro congruo compenso. Dicono che il record sia di sette minuti, ma molti locali asseriscono di poterlo migliorare se opportunamente motivati da un lauto bakshich. Il nostro gruppo non fornì loro l’incoraggiamento sperato, ma acconsentì che Abdul ci guidasse sulla sommità. Da lassù potemmo contemplare un panorama d’incredibile bellezza, che ci offriva non solo la vista del Cairo, luccicante in lontananza con lo sfondo della Cittadella e delle sue colline lilla e dorate, ma anche quella delle piramidi sorte intorno a Menfi, partendo da Abu Roash a nord per arrivare fino a Dashur a sud. La piramide gradinata di Saqqara, momento di transizione dalla mastaba alla vera e propria piramide, riluceva con tutta la sua magia tra le dune lontane. Fu vicino a tale monumento che venne scoperta la leggendaria tomba di Perneb… più di seicento chilometri a nord della valle tebana in cui riposava Tut-Ankh-Amen. L’ammirazione reverenziale mi rese nuovamente muto. Il solo pensare ad una simile antichità, ed ai segreti che quei monumenti sembravano gravemente racchiudere, mi ispiravano un sacro rispetto ed un senso d’immensità che nient’altro al mondo mi ha più dato.

Affaticati dalla salita e infastiditi dall’invadenza dei beduini, che stavano travalicando ogni regola del buon gusto, decidemmo di rinunciare alla visita degli stretti corridoi delle piramidi, anche se vedemmo molti dei turisti più coraggiosi pronti ad entrare nei claustrofobici corridoi del poderoso monumento funebre di Cheope. Quando salutammo, con laute mance, le nostre guardie del corpo locali e ci preparammo a tornare al Cairo sotto il sole del pomeriggio insieme ad Abdul Reis, rimpiangemmo vagamente di aver rinunciato a quella visita. Circolavano storie molto intriganti sui corridoi inferiori delle piramidi, non riportati sulle guide turistiche: corridoi i cui ingressi erano stati ostruiti in tutta fretta da certi archeologi poco loquaci, coloro che li  avevano scoperti iniziandone l’esplorazione. Ovviamente si trattava di voci prive di un serio fondamento: ma il monito comune lanciato da tutte era di non recarsi nelle piramidi di notte e di non scendere nei camminamenti e nel sepolcro più profondo della Grande Piramide. Probabile, in quest’ultimo caso, che si mettesse in guardia il visitatore dagli effetti psicologici esercitati da una discesa in un opprimente mondo sotterraneo di pietra massiccia il cui unico accesso è uno stretto passaggio in cui si deve procedere strisciando carponi ed in cui potrebbe sussistere il pericolo di rimanere bloccati da una frana o da un perfido caso. La visita sembrava talmente stravagante ed affascinante, che stabilimmo di tornare al pianoro alla prima occasione. Occasione che mi si presentò molto prima di quanto credessi.

Quella sera, visto che gli altri del gruppo si erano eccessivamente stancati dopo quella giornata così intensa, uscii da solo a fare una passeggiata nel pittoresco quartiere arabo con la guida di Abdul Reis. Lo avevo già visitato di giorno, ma volevo osservarne i vicoletti e i bazar alle luci della sera, quando le ombre e i tenui bagliori delle lampade avrebbero conferito loro un ulteriore mistero ed un’atmosfera di sogno. I locali cominciavano a rincasare, ma si vedevano ancora molti indigeni affollare le strade ciarlando, quando incontrammo un gruppo di beduini che schiamazzavano allegramente nel Suken-Nahhasin, il bazar dei calderai. Fummo immediatamente scrutati dal loro capo, un giovane arrogante dal viso volgare che portava il tarbush inclinato orgogliosamente sulla testa, il quale riconobbe evidentemente la mia guida, ma con poca  effusione, probabilmente per il contegno borioso e sprezzante dell’uomo. Forse, mi venne in mente, lo irritava la curiosa imitazione dell’enigmatico sorriso della Sfinge che avevo visto spesso apparire sulle sue labbra con un divertito senso di fastidio; o forse gli risultava sgradevole il suono lugubre della voce di Abdul. Fatto sta che cominciarono a scambiarsi delle battute piuttosto offensive, e in breve Ali Ziz, questo era il nome del giovane capo quando non veniva chiamato con appellativi più insultanti, si mise a strattonare la veste di Abdul. Quest’ultimo fece lo stesso, dando vita ad un’animata baruffa in cui tutti e due persero il sacro copricapo e durante la quale si sarebbero fatti anche di peggio se non fosse stato per il mio intervento, che li divise con la forza.

Grazie al mio intervento, che all’inizio contrariò entrambi, alla fine fu possibile arrivare ad una tregua. Con la faccia storta, i due contendenti si ricomposero e si risistemarono i vestiti quindi, con un’aria improvvisamente solenne, strinsero uno strano patto d’onore secondo un’antichissima tradizione del Cairo, come mi venne spiegato: si impegnavano entrambi a porre fine all’alterco risolvendolo a pugni, in una lotta da sostenere di notte sulla cima della Grande Piramide quando l’ultimo turista in caccia di chiari di luna se ne sarebbe andato. Ad entrambi spettava trovare dei padrini, quindi l’incontro avrebbe avuto inizio a mezzanotte, per poi proseguire in classici round. Molteplici aspetti della cosa mi sembravano piuttosto interessanti. Se l’incontro di pugilato si configurava già come uno spettacolo eccezionale, figurarsi il fascino che avrebbero emanato quei monumenti d’incalcolabile antichità del pianoro di Gizah alla luce della luna calante nel cuore della notte! Quando glielo proposi, Abdul accettò molto volentieri la mia offerta di fargli da padrino. Trascorremmo poi gran parte della serata gironzolando per i quartieri più malfamati della città, ubicati prevalentemente a nord-est dell’Ezibekiyeh, dove egli raccolse un’accolita di trucidi avanzi di galera che avrebbero fatto da testimoni alla sua bravata pugilistica.

Quando scoccarono le nove, il gruppetto così formato, in groppa ad asini dai nomi regali o encomiastici di turisti famosi come “Ramses”, “Mark Twain”, “J.P. Morgan” e “Minnehaha”, si fece  strada in un dedalo di viuzze, attraversò il limaccioso Nilo ingombrato da una specie di foresta di alberi di navi, superò il Ponte dei Leoni di bronzo e, con tutta tranquillità, trotterellò tra i lebbakh della strada per Gizah. Impiegammo più di due ore nel tragitto e, quando fummo abbastanza vicini alla meta, incontrammo gli altri turisti che rincasavano, salutammo l’ultimo tram che faceva ritorno al capolinea e alla fine rimanemmo soli, con la notte, il passato e la luna spettrale.

Alla fine del tracciato intravedemmo poi le ciclopiche piramidi, ed esse mi ispirarono una minacciosità atavica che non avevo affatto percepito, alla luce del giorno. Perfino la più piccola era circondata da un’aura orrifica… non era lì che era stata sepolta viva la regina Nitocris della sesta dinastia? La spietata regina Nitocris, che aveva avuto l’astuta idea di radunare tutti i suoi nemici in una festa tenuta in un tempio sul Nilo per poi annegarli facendo aprire le chiuse? Mi venne in mente che circolavano strane voci sul conto di Nitocris, e che gli arabi evitavano con cura la Terza Piramide durante certe fasi lunari. Indubbiamente era a lei che si riferiva Thomas Moore quando scrisse quello che mormorano i barcaioli di Menfi:

La ninfa sotterranea che dimora
tra gemme senza luce e occulti fasti,
La Signora della Piramide!

Sebbene fossimo arrivati in anticipo, eravamo stati preceduti da Ali Ziz ed i suoi compari, come ci accorgemmo intravedendo la sagoma dei loro asini contro il pianoro deserto di Kafrel-Harem. Il nostro gruppetto invece, evitando di passare per il consueto percorso che conduce al “Mena House Hotel” per timore di essere fermati dai poliziotti insonnoliti e stanchi, aveva deviato per il triste abitato arabo sito nelle vicinanze della Sfinge. Una volta arrivati lì, dove le tombe dei dignitari di Khephren erano state degradate a stalle per i cammelli e per gli asini di luridi beduini, questi ci guidarono prima su per il pendio roccioso, poi attraverso le sabbie, alla Grande Piramide. Gli arabi si arrampicarono con estrema agilità sui suoi fianchi erosi dal tempo: io rifiutai l’aiuto di Abdul Reis.

Come gran parte dei viaggiatori sa benissimo, la cima della piramide è stata consunta dai secoli, e ormai è ridotta a una sorta di piattaforma levigata che misura all’incirca dodici metri quadrati. Gli uomini si disposero in circolo su quel bizzarro pinnacolo e, due secondi dopo, la beffarda luna del deserto assistette sardonica ad un incontro di pugilato che, se non fosse stato per le grida degli astanti, non sarebbe stato dissimile da una regolare competizione sportiva di un qualsiasi piccolo club americano. Mentre assistevo, riflettevo che i due contendenti conoscevano benissimo alcuni dei nostri trucchetti meno elogiabili: ai miei occhi non del tutto inesperti, infatti, ogni attacco, ogni finta, ogni schivata, appariva chiaramente come uno stratagemma per prendere tempo. L’incontro durò poco, ed anche se non mi sentivo di lodare i mezzucci impiegati, mi sentii vagamente inorgoglito quando fu Abdul Reis ad essere proclamato vincitore. Pace fu fatta con incredibile rapidità, con cori e bevute da entrambe le parti, tanto da sembrare impossibile che poco prima i due uomini si fossero azzuffati. Cosa piuttosto curiosa, adesso ero diventato io il centro dell’interesse dei due uomini: in virtù di alcune conoscenze d’arabo, capivo che stavano parlando del mio lavoro, dei miei spettacoli e di come riuscivo a liberarmi da manette, casse e bauli. E non solo si dimostravano perfettamente al corrente delle mie esibizioni, ma addirittura erano diffidenti ed increduli quanto alle mie “evasioni”. Lentamente compresi che l’antica magia dell’Egitto aveva lasciato dei segni, alla sua scomparsa, e che i fellahin conservavano ancora dei frammenti di una bizzarra tradizione segreta e di certe pratiche rituali, per cui le imprese di un mago  straniero, di un hahwi, erano guardate con ostilità e sospetto. Allora mi venne in mente che la mia guida, Abdul Reis, aveva una minacciosa rassomiglianza con un antico sacerdote egizio o con un Faraone, o addirittura con la ghignante Sfinge… e rimasi sconcertato.

Improvvisamente successe qualcosa che giustificò istantaneamente la mia inquietudine facendomi maledire la stupidità che mi aveva impedito di riconoscere negli avvenimenti di quella notte la diabolica trappola che invece erano. Inaspettatamente, e di certo in risposta ad un segno di Abdul, l’orda di beduini mi saltò addosso, quindi, prendendo delle grosse corde, mi legò così stretto come mai mi era stato fatto, né in scena né fuori. Inizialmente cercai di divincolarmi, ma poi compresi che un uomo solo non poteva assolutamente vincere contro venti nerboruti selvaggi. Mi avevano legato le mani dietro la schiena, obbligandomi a piegare al massimo le ginocchia. Dopo avermi impedito di gridare ficcandomi in bocca un odioso bavaglio, mi coprirono anche gli occhi con una benda strettissima. Mentre gli arabi mi prendevano di traverso sulle spalle e iniziavano a scendere dalla piramide con agili falcate, sentii la mia ex guida, Abdul, che si prendeva gioco di me dileggiandomi con la sua voce lugubre e dicendomi che i miei “poteri magici” sarebbero stati sottoposti ben presto ad una prova che avrebbe sgonfiato subito la boria da me acquisita dopo i successi raggiunti in America e in Europa. Mi rammentò che l’Egitto era molto antico e zeppo di misteri e di poteri atavici, inconcepibili per gli esperti moderni che con me avevano fallito, cercando di imprigionarmi con i loro metodi sofisticati.

Non so dire dove e per quanto tempo mi portarono a spalla, perché in quelle circostanze mi risultò impossibile determinarlo. So con certezza, comunque, che la distanza doveva essere breve in quanto, nonostante i miei aguzzini camminassero al passo, arrivammo incredibilmente presto. Eppure è proprio tale celerità ad accapponarmi la pelle tutte le volte che ripenso a Gizah e al suo pianoro: molte sono le voci che circolano, infatti, sulla vicinanza tra i percorsi turistici di oggi e quello che esisteva un tempo ed ancora deve esistere.

L’inquietante stranezza cui sto alludendo non mi si palesò immediatamente. I miei aguzzini mi adagiarono su quella che mi parve sabbia, anziché roccia, quindi mi assicurarono una corda intorno al torace e con questa mi trascinarono per alcuni metri fino ad un’apertura irregolare nel terreno, e da lì mi calarono giù senza eccessiva gentilezza. Per un lasso di tempo che mi sembrò interminabile, andai a sbattere in continuazione contro le pareti di uno stretto pozzo che supposi fosse uno dei tanti accessi alle tombe del pianoro. Ma poi la sua incredibile e spaventosa profondità mi impedì di formulare qualsiasi ipotesi.

Ogni istante interminabile amplificava l’orrore di quell’esperienza. Mi pareva impossibile che una discesa così profonda lungo la massiccia roccia non arrivasse al cuore stesso della Terra, o che una corda fatta dall’uomo potesse essere tanto lunga da calarmi fino a quelle profondità viscerali: mi risultava più facile dubitarne, che accettare le mie impressioni sensoriali. Ho la certezza, però, che fino a quel momento la logica non mi aveva abbandonato… che non stavo aggiungendo i fantasmi dell’immaginazione ad un quadro che nella sua realtà era già di per sé raccapricciante e spiegabile solo come un’illusione mentale molto differente dall’allucinazione.

Ma non furono queste riflessioni a provocare il mio primo svenimento, perché l’orrore mi si rivelava gradatamente. Fu invece un’impercettibile accelerazione nella velocità della discesa a dare inizio ai miei successivi terrori. Adesso stavano calando più freneticamente quella corda senza fine, facendomi sbattere violentemente contro le pareti ruvide e strette del pozzo mentre scendevo vertiginosamente. Oramai avevo gli abiti laceri, e per tutto il corpo mi colava sangue; avvertivo che i dolori aumentavano atrocemente. Un inclassificabile odore nauseabondo di muffa e di umidità, nel quale si percepiva uno strano aroma di spezie e di incenso, stava aggredendo per di più le mie narici.

Poi si verificò il mio tracollo mentale: orrendo, atroce, indescrivibile a parole, avvenne esclusivamente nel mio spirito, e in maniera vaga. Fu l’essenza stessa dell’incubo, la sintesi del male. Fu apocalittico ed infernale nella sua subitaneità… Tra mille fitte di dolore, stavo precipitando in quel pozzo angusto che mi dilaniava con milioni di denti quando, un attimo dopo, ebbi la netta sensazione di volteggiare su ali di pipistrello sulle viscere dell’inferno, ondeggiare libero per chilometri e chilometri di spazio sterminato e putrido di muffa, innalzarmi vertiginosamente verso incommensurabili picchi di gelido etere e poi planare senza fiato su nadir gorgoglianti di vuoti famelici ed abominevoli… Siano rese grazie a Dio, che volle cancellare misericordiosamente dalla mia mente gli artigli della coscienza che si avventavano sulle mie facoltà per dilaniarmi l’anima come Furie! Quella pur breve requie dello spirito, mi dette la forza e la lucidità di non cedere dinanzi ai raffinati orrori che mi attendevano al varco sulla strada ancora lunga.

II.

Dopo quel volo allucinante attraverso l’etere infernale lentamente ripresi coscienza. Il ritorno dei sensi fu indicibilmente doloroso e intervallato di sogni assurdi in cui si ripeteva, con diverse variazioni, la mia condizione di vittima impotente, legata e imbavagliata. Mentre li vivevo, la natura di quei sogni appariva chiarissima ma, non appena terminarono, il loro ricordo divenne confuso e quindi fu quasi cancellato dagli avvenimenti spaventosi che seguirono, fossero essi reali o illusori. Sognavo di trovarmi tra le grinfie di una zampa gigantesca e ributtante, gialla, villosa, munita di cinque artigli ed uscita dalla terra per schiacciarmi ed inghiottirmi. Quando cercai di capire cosa fosse mai quella zampa, mi sembrò l’Egitto. Nel sogno, ripensai agli avvenimenti delle ultime settimane, ed ebbi la sensazione improvvisa di essere stato attirato e quindi preso nella trappola lentamente, con perfida maestria, da qualche diabolico spirito uscito dall’oltretomba evocato dalla più antica stregoneria del Nilo; qualche spirito che, esistendo in Egitto prima della venuta dell’uomo, avrebbe continuato ad esistere in quella terra quando l’uomo sarebbe da essa scomparso.

Vidi l’orrore e la maligna antichità dell’Egitto ed il suo indissolubile e lugubre legame con i sepolcri ed i templi dei morti. Vidi fantasmagoriche processioni di sacerdoti dalla testa di toro, di falco, di gatto e di ibis marciare senza fine in dedali sotterranei e viali dai colonnati titanici al cui confronto gli uomini parevano mosche, ed offrire sacrifici ripugnanti a divinità che travalicano ogni descrizione. Giganti di pietra avanzavano a grandi passi nella notte sterminata, conducendo alle possenti rive di torbidi fiumi di pece intere mandrie di androsfingi sogghignanti. E, dietro questa scena, vidi l’indicibile malvagità della necromanzia primordiale, tenebrosa ed informe, che allungava i suoi tentacoli ciechi nell’oscurità, in cerca di me, per schiacciare lo spirito che aveva osato temerariamente deriderla scimmiottandola. Nella mia mente addormentata prese forma un’immagine tragicomica di bieco odio e di persecuzione, e vidi il nero spirito dell’Egitto che mi riconosceva ed attirava a sé con bisbigli impercettibili: mi attirava e rapiva allettandomi con lo sfavillio e la meraviglia di un panorama saraceno. E invece mi trascinava sempre di più verso le pazzesche catacombe e gli orrori del suo cuore faraonico, profondo e morto.

In quel momento, le facce che vedevo nel sogno assunsero tratti umani, e vidi la mia guida, Abdul Reis, abbigliato come un re, che sogghignava come la Sfinge. E compresi che il suo era il volto di Khephren il Grande, il Faraone che fece erigere la Seconda Piramide, scolpire a sua immagine e somiglianza il volto del mostro alato ed innalzare l’immenso tempio del quale gli archeologi presumono di aver riportato alla luce, liberandoli dalle sabbie e dalla muta roccia, cunicoli e passaggi. Ed osservai la mano dalle dita lunghe, ossute e rigide di Khephren, che era esattamente uguale a quella della statua di diorite che avevo visto nel museo del Cairo… e mi domandai perché non m’ero messo ad urlare quando l’avevo rivista in Abdul Reis… Quella mano? Di un gelo ripugnante, mi stava stritolando. Era il gelo del sarcofago… il gelo e il soffocamento di un Egitto primordiale… Era il medesimo Egitto delle necropoli… quella zampa gialla… E quali storie si narrano su Khephren…

In quel momento, però, il mio cervello cominciò a risvegliarsi, o almeno, direi, a raggiungere una condizione diversa da quella del sonno precedente. Tornò il ricordo dell’incontro di pugilato svoltosi sulla cima della piramide, dell’aggressione vile e meschina dei beduini, dell’orrenda discesa nelle interminabili profondità della roccia, dell’ondeggiare e dell’assurdo precipitare in un gelido abisso esalante una putrescenza aromatica. Mi resi conto che ora mi trovavo riverso su un’umida superficie rocciosa e che i legacci mi segavano ancora la carne. Faceva molto freddo, ed avevo l’impressione di essere percorso da una leggera corrente d’aria. Avevo tutto il corpo indolenzito dai lividi e dai tagli provocati dagli urti contro le pareti del pozzo, e quella fievole aria acuiva tormentosamente i miei dolori. Provai a rotolare su me stesso, con il risultato di provocarmi una  sofferenza lancinante. Mentre compivo quella semplice operazione, sentii che la corda veniva strattonata dall’alto, e ne dedusse perciò di essere ancora collegato con la superficie. Non sapevo se gli arabi stavano continuando a tendere la corda, né riuscivo a calcolare a quale profondità mi trovassi. Sapevo di essere immerso nella totale oscurità, o quasi, visto che la mia benda non lasciava trapelare la luce della luna: ma non potevo assumere come prova di trovarmi ad un’estrema profondità la sensazione di discesa interminabile che avevo avuto, poiché non mi fidavo completamente dei miei sensi.

Dal momento che almeno sapevo, però, di trovarmi in un ampio spazio, collegato direttamente con la superficie da un’apertura  nel terreno, avanzai l’ipotesi di essere prigioniero nel tempio sepolto del vecchio Khephren, il Tempio della Sfinge… forse in un cunicolo interno che le guide quella mattina non mi avevano mostrato e dal quale sarei riuscito ad uscire agilmente se solo avessi trovato la strada per arrivare alla porta sprangata. Sarei stato costretto a vagare in quel labirinto, ma non mi erano mancate analoghe esperienze, in passato. Per prima cosa dovevo sciogliermi dalle corde, dal bavaglio e dalla benda che mi legavano: e in ciò non avrei avuto grosse difficoltà, dati i puntuali insuccessi di esperti molto più raffinati di quegli arabi nell’impedire le famose “evasioni” della mia lunga carriera di professionista.Ma poi pensai che era possibile che gli arabi mi attendessero all’entrata per assalirmi non appena avuta la prova che ero riuscito a liberarmi dalle loro corde, il che sarebbe avvenuto se avessero sentito strattonare la fune che probabilmente ancora reggevano. Ovviamente in questa ipotesi davo per scontato di trovarmi davvero prigioniero nel Tempio della Sfinge. Ovunque si trovasse, l’apertura nel terreno dal quale ero stato calato non poteva essere molto lontana dall’entrata moderna, che era ubicata vicino alla Sfinge… sempre ammesso che i due differenti accessi si trovassero ad una tale distanza, dato che ai turisti è consentito visitare solo una zona molto ristretta dell’area complessiva. Nella visita compiuta quella mattina, non avevo notato nessuna apertura del genere; sapevo, però, che era molto facile che si confondesse con la sabbia. Immerso in quelle riflessioni, ricurvo e legato sul pavimento di roccia, quasi dimenticai l’orrenda discesa negli abissi e le oscillazioni che poco prima mi avevano ottenebrato il cervello. L’unica preoccupazione che avevo in quel momento era come riuscire a battere gli arabi in astuzia; così decisi di sciogliermi dai legami alla massima velocità, evitando di strattonare la corda per non far capire loro che stavo tentando di liberarmi, riuscendovi o meno.

Ma la cosa fu più facile a dirsi che a farsi. Certi timidi tentativi iniziali mi rivelarono che con la delicatezza sarei riuscito a ben poco, e non rimasi sorpreso quando, dopo essermi divincolato con forza, sentii spire di corda che mi piombavano sia intorno che addosso, ricadendo l’una sull’altra. Era chiaro, pensai, che i beduini avevano lasciato andare la fune dopo aver sentito i miei movimenti, e non ebbi alcun dubbio: avevano raggiunto di corsa la normale entrata per aggredirmi spietatamente. La prospettiva non mi sorrise molto, ma avevo affrontato con coraggio situazioni anche peggiori, e non avrei tremato proprio adesso. Prima di tutto dovevo sciogliermi dai legami, quindi escogitare un sistema ingegnoso per fuggire dal tempio sano e salvo. La cosa strana era che avevo finito per convincermi che mi trovavo nell’antico tempio di Khephren, nei pressi della Sfinge, a pochi metri di profondità dal suolo.

A dileguare quella convinzione ed a riportarmi ai terrori di una profondità abissale e di un infernale mistero, fu una circostanza di cui compresi l’orrendo significato mentre escogitavo il mio astuto piano. Ho detto che la fune, cadendomi addosso, si raccoglieva in spire concentriche: mi resi conto in quel momento che continuava ad ammucchiarsi come non poteva fare una corda di normale lunghezza! Acquistando maggior forza d’inerzia, si trasformò in una vera e propria valanga di canapa che mi si riversò addosso con violenza aggrovigliandosi in spire sul pavimento. Molto presto mi ritrovai completamente sommerso e, soffocato da tutto quel peso, cominciai ad avere difficoltà di respirazione. Fui nuovamente sul punto di perdere conoscenza, e lottai vanamente contro una fatale minaccia. Oltre ad essere crudelmente torturato al di là di ogni capacità di resistenza umana, oltre a sentire che mi stavano succhiando lentamente il respiro e la vita… avevo la certezza di ciò che significava quella pazzesca lunghezza della corda, la consapevolezza di essere circondato da abissi sconosciuti e smisurati, laggiù, nelle profondità della Terra. Allora l’interminabile discesa e il volo nell’etere spettrale dovevano essere stati reali, ed io mi trovavo inerme verso il centro del pianeta, nelle viscere degli abissi.

Quando parlo di oblio, non voglio dire che non venissi assalito dai sogni. Anzi, il mio stato catatonico venne tormentato da visioni di indescrivibile orrore. Oh Dio, come avrei voluto non aver letto tutti quei testi d’egittologia prima di partire per quel paese ricettacolo di ogni ombra e di ogni terrore! Durante il secondo svenimento, il mio cervello assopito venne travolto da una nuova e orripilante coscienza di quella terra e dei suoi segreti primevi e, per una maledetta casualità, mi misi a sognare le antiche popolazioni dei morti e la loro esistenza, sia fisica che spirituale, oltre alle enigmatiche tombe, più somiglianti ad abitazioni che a sepolcri, in cui riposavano. Rividi nel sogno, sotto aspetti che ora per fortuna non ricordo, la struttura particolare e complessa delle tombe egizie, e mi tornarono in mente i culti misteriosi ed orrifici cui si ispirava la loro costruzione.

Gli Egizi erano ossessionati dalla morte e dai morti. Credendo nella completa resurrezione del corpo, lo mummificavano con estrema attenzione, e ne conservavano gli organi vitali in vasi canopici che deponevano accanto al defunto. Credevano anche all’esistenza di due ulteriori entità: l’anima che, dopo essere stata pesata e accettata da Oriside, entrava per sempre nella terra dei beati, e il tenebroso e potente kƒ, il principio vitale, il quale errava orrendamente nei mondi superiori ed inferiori e faceva ogni tanto ritorno al corpo mummificato per cibarsi delle offerte lasciate nel tempietto dai Sacerdoti e dai devoti parenti. E stando a certe voci, a volte il kƒ si reimpossessava del proprio corpo o entrava nel “doppio” di legno seppellito con esso e vagava poi per il mondo per compiere azioni indicibilmente maligne.

Quando non venivano visitati dal kƒ, i corpi riposavano per migliaia di anni, protetti dalle loro bare sontuose, gli occhi vitrei rivolti al cielo, attendendo il giorno in cui Osiride, ridestando le irrigidite legioni dei morti dalle sotterranee dimore del sonno, avrebbe restituito loro sia il kƒ che l’anima. Una rinascita meravigliosa: ma non tutte le anime venivano accettate e non tutte le tombe restavano inviolate… quindi si potevano verificare certi errori bizzarri e certe anomalie demoniache.Tra gli arabi si sussurra tutt’oggi di folli raduni ed empi culti nelle occulte profondità dell’altro mondo, ai quali soltanto gli invisibili kƒ alati e le mummie senz’anima possono assistere e fare ritorno incolumi.

Forse le storie più allucinanti sono quelle che circolano su certe macabre perversioni realizzate dalla decadente classe sacerdotale… mummie composite ottenute unendo artificialmente tronchi ed arti umani con teste di animali per riprodurre l’aspetto  degli antichi dèi. Gli animali sacri, i tori, i gatti, gli ibis, i coccodrilli vennero mummificati in tutte le fasi della storia egizia, affinché potessero assurgere, un giorno, ad una maggiore gloria. Soltanto nel periodo della decadenza gli Egizi avevano composto nella medesima mummia l’uomo e l’animale… solo nella decadenza, quando non comprendevano più, cioè, i diritti e le prerogative del kƒ e dell’anima. Perlomeno a livello ufficiale, non è stato spiegato che cosa avvenisse di quelle mummie composite, ed è sicuro che non ne sia stata mai ritrovata una da nessun egittologo. Le voci che corrono tra gli arabi sono vaghe e inverosimili, ed alludono all’esistenza tuttora del vecchio Khephren, il sovrano della Sfinge, della Seconda Piramide e del Tempio, nelle profondità della terra con la sua consorte, la perfida regina Nitocris, come Signore delle mummie che non sono né di uomo, né di animale.

Ed io sognai proprio di Khephren, della sua sposa e delle folli legioni di morti compositi: per questo ringrazio Dio con tutto il cuore di non ricordare più le esatte immagini oniriche che vidi. La mia visione più orrenda riguardava la vaga domanda che mi ero posto il giorno prima quando, mentre contemplavo il grande enigma scolpito nel deserto, mi ero chiesto a quali oscure profondità poteva essere collegato il vicino tempio. La domanda, che in quel momento era stata così oziosa ed innocente, nel sogno assunse un significato di delirante ed isterica follia… quale gigantesca ed orrenda anormalità raffigurava originariamente la Sfinge?

Il mio secondo risveglio, se così si può definire, fu un momento di orrore assoluto che nulla nella mia vita potrà mai più eguagliare, fatta eccezione per quello che avvenne poi: eppure l’intensità e l’avventurosità della mia vita superano di gran lunga le normali esistenze della gente comune. Torno a ripetere che ero svenuto, sepolto da una valanga di corda la cui lunghezza rivelava l’assurda profondità del punto in cui mi trovavo. Quando ripresi i sensi, sentii che il peso della fune era scomparso e, rotolandomi, mi resi conto che, pur restando  legato, imbavagliato e bendato, qualcosa aveva rimosso l’opprimente cascata di canapa che mi soffocava. Ovviamente, che cosa significasse la cosa, lo compresi solo per gradi: però sono sicuro che sarei svenuto di nuovo lo stesso se nel frattempo non avessi raggiunto uno stato emotivo tale da rimanere indifferente a qualsiasi nuovo orrore. Ero solo… con che cosa?

Ma prima di torturarmi il cervello con nuove riflessioni, prima di tentare ancora di sciogliermi dai legami, mi si palesò un altro fatto. Dolori che precedentemente non avevo avvertito, adesso mi dilaniavano le braccia e le gambe, ed avevo la sensazione di essere ricoperto da una pellicola di sangue secco, che non poteva essere uscito dai tagli e dalle contusioni che mi ero procurato. Mi pareva di avere anche il torace trafitto da cento ferite, come se mi avesse trapassato il becco di un ibis gigantesco e perfido. Indubbiamente l’entità che aveva rimosso la corda era maligna, ed aveva iniziato a ferirmi crudelmente quando qualcosa l’aveva obbligata, apparentemente, a desistere. Cosa strana, le mie sensazioni erano completamente diverse da quelle che ci si poteva attendere. Anziché abbandonarmi ad una disperazione abissale, sentii che nasceva in me un nuovo coraggio ed un irrefrenabile impulso d’agire: perché adesso sapevo che le forze ostili erano entità fisiche, e un uomo impavido poteva affrontarle  da pari a pari.

Rianimato da questo pensiero, ricorrendo a tutta la mia esperienza, come avevo fatto tante volte sotto le luci della ribalta e l’applauso del pubblico, provai di nuovo a liberarmi. Mi concentrai intensamente sui particolari delle mie tecniche consuete, ed ora che la corda era sparita, stavo quasi per convincermi che gli orrori supremi non erano altro che allucinazioni e che il terrificante pozzo, l’abisso incommensurabile della fune senza fine, non era mai esistito. Mi trovavo davvero nel tempio di Khephren, vicino alla Sfinge, ed i biechi arabi si erano intrufolati lì dentro per torturarmi mentre giacevo legato e indifeso? Comunque stessero le cose, mi dovevo liberare dai legami. Una volta sciolto, in piedi, la bocca libera, gli occhi aperti e pronti a percepire ogni più piccolo bagliore di luce, avrei potuto fronteggiare i miei malvagi e sleali nemici quasi con gioia! Non so dire con esattezza quanto mi ci volle per sciogliermi dai legami. Di certo ci misi più tempo di quanto impiego di solito nei miei spettacoli, considerando che ero ferito, indebolito e scosso dalle esperienze appena vissute.

Quando riuscii finalmente a liberarmi, e aspirai avidamente l’aria gelida, malsana e impregnata dell’odore di nauseabonde spezie, anche più disgustosa adesso che la respiravo senza il filtro dei bavagli, mi resi conto di essere troppo sfibrato ed irrigidito per agire subito. Così rimasi sdraiato a rilassare le membra intorpidite per un lasso di tempo che non saprei determinare, ed aguzzai la vista per cogliere almeno un raggio di luce che mi aiutasse a capire dove mi trovavo. Lentamente ripresi le forze e riattivai i muscoli, ma non vedevo assolutamente niente. Quando, vacillando, mi tirai su, scrutai intensamente in ogni direzione, ma non trovai che un buio nero come l’inchiostro, esattamente eguale a quello che mi accecava mentre ero bendato. Provando a muovere le gambe, tutte ricoperte di sangue raggrumato sotto i pantaloni a brandelli, constatai che potevo camminare: ma da che parte dirigermi? Ovviamente non potevo muovermi a caso, rischiando in tal modo di allontanarmi dall’uscita  che cercavo, così cercai di stabilire la provenienza della corrente d’aria gelida e salnitrica che seguitava a colpirmi.

Decidendo che il punto da cui arrivava doveva essere una possibile uscita da quelle nere profondità, lottai per non perdere il riferimento e mi diressi in quella direzione. Avevo portato con me una scatoletta di cerini e perfino una piccola torcia elettrica: ovvio, però, che tutti gli oggetti di un certo peso erano caduti dalle tasche dei miei abiti laceri. Mentre avanzavo cautamente nel buio, la corrente d’aria si fece più violenta e più stagnante, e conclusi che doveva trattarsi della fuoriuscita da qualche apertura di un fetido vapore, come il fumo del Genio che nelle favole orientali esce dalla lanterna del pescatore. L’Oriente… l’Egitto… la tenebrosa culla della civiltà, era veramente una sorgente imperitura di orrori e misteri insondabili! Dopo una breve riflessione, decisi di non tornare indietro. Se mi fossi allontanato dalla corrente, avrei perso il mio unico punto di riferimento, perché il pavimento roccioso, rozzamente pianeggiante, non aveva alcuna caratteristica rivelatrice. Seguendo invece la misteriosa corrente, sarei arrivato senza dubbio ad un’apertura, e da questa avrei potuto costeggiare le pareti e riuscire ad arrivare sul lato opposto di quel tunnel titanico. Ero perfettamente conscio che potevo fallire nel tentativo. Intuivo che non mi trovavo in una zona del tempio aperta ai turisti, e fui colpito dal pensiero che forse la galleria non era nota neppure agli archeologi, e che poteva essere stata scoperta per puro caso dagli intriganti e perfidi arabi che mi avevano rinchiuso lì dentro. Se questa ipotesi corrispondeva a verità, esisteva un’uscita che conducesse alle zone turistiche o all’aria aperta?

Quali prove avevo, in fin dei conti, di trovarmi davvero nel tempio di Khephren? Per un istante fui nuovamente atterrito da tutte le congetture più terrorizzanti, e pensai che quel vivido guazzabuglio di sensazioni, la discesa, il volo nello spazio, la corda, le ferite e le visioni non fossero che sogni. La mia vita era giunta al termine? E se ero arrivato veramente al termine dei miei giorni, sarebbe stata una fine misericordiosa? Non sapevo rispondere a nessuna di tali domande, e quegli interrogativi seguitarono a turbinarmi in testa finché, per la terza volta, il fato non mi fece ricadere nell’oblio. Stavolta non venni assalito dai sogni, perché la velocità dell’incidente  mi sconvolse la mente a tal punto da annientare tutti i miei pensieri, sia consci che subconsci. In un punto in cui la putrida corrente acquistava una forza che le consentiva di oppormi  resistenza fisica, inciampai in un insospettato scalino e precipitai vertiginosamente lungo una buia scala di massicci gradini di pietra, verso un baratro di orrore inarrestabile.

Se tornai a respirare, fu solo grazie all’istinto vitale di un sano corpo umano. Spesso torno col pensiero a quella notte, e scorgo un certo umorismo in quei ripetuti svenimenti: il loro succedersi mi fa pensare soltanto agli ingenui melodrammi del cinema di quegli anni. Certo, è possibile che le mie catalessi non si fossero mai verificate, e che in realtà tutti i particolari del mio incubo sotterraneo facessero parte di una catena di sogni di un unico, lungo coma, iniziato con il trauma della discesa negli abissi e conclusosi con il balsamo rivivificante dell’aria aperta e del sole  dell’aurora, che mi trovò riverso sulle dune di Gizah, di fronte al volto beffardo della Sfinge infuocato di luce.È a quest’ultima spiegazione che preferisco credere, per quanto mi è possibile… Per questo fui ben felice quando la polizia mi disse che le sbarre che chiudevano l’accesso al tempio di Khephren erano state rimosse e che era stata trovata una larga apertura in un angolo dell’area ancora sepolta. Mi sentii sollevato anche quando i medici stabilirono che mi ero provocato  quelle ferite nell’aggressione, nella discesa, nel tentativo di liberarmi, in una caduta (probabilmente in una depressione del corridoio interno del tempio), nel trascinarmi fino all’uscita e via dicendo: una diagnosi rassicurante. Ma io so che, dietro la superficie, deve esserci di più. Ricordo troppo vividamente quella discesa per poterla considerare soltanto frutto dell’immaginazione… e trovo bizzarro che nessuno sia più riuscito a ritrovare l’uomo che corrispondeva alla mia descrizione di Abdul Reis el-Drogman, l’uomo della voce lugubre che rassomigliava al faraone Khephren e sorrideva come lui.

Ho per un attimo abbandonato la sequenza cronologica del racconto, vanamente sperando, forse, di evitare la narrazione dell’ultimo avvenimento: l’incidente che ritengo tra tutti il più prossimo all’allucinazione. Ho promesso, però, di raccontarlo, e non vengo mai meno alle mie promesse. Quando tornai in me, o così credetti, dopo la caduta lungo la scalinata di pietra, mi ritrovai solo e nella profonda oscurità, proprio come prima. Il lezzo sollevato dalla corrente, che precedentemente era già piuttosto nauseabondo, ora era micidiale: ma ormai mi ero abituato, ed ero in grado di tollerarlo stoicamente. Ancora frastornato, tentai di allontanarmi strisciando dal punto di provenienza di quel vapore infernale e, con le mani insanguinate, toccai le lastre gigantesche di una colossale pavimentazione. Per un attimo urtai con la testa contro qualcosa di duro e, quando tastai l’oggetto, realizzai che era la base di una colonna di una larghezza pazzesca, ricoperta di enormi geroglifici scolpiti sulla superficie che risultavano perfettamente riconoscibili al tatto. Proseguendo la mia strisciante avanzata, trovai altre colonne smisurate, poste a distanze indecifrabili; poi, improvvisamente, attirò la mia attenzione qualcosa che il mio udito subconscio doveva aver percepito molto prima che lo registrassi consapevolmente.Da un abisso delle profondità della terra, sempre più insondabile, mi giungevano dei suoni che non avevo mai sentito prima: ritmici… definiti. Per una specie di intuizione, seppi che erano antichissimi, palesemente rituali, e le mie letture in materia di musicologia egizia mi suggerirono il flauto, il piffero, il sistro ed il timpano. In quel pipillare, tintinnire e rullare, avvertivo un terrore più grande di qualsiasi terrore conosciuto sulla Terra, ma curiosamente disgiunto dalla paura del singolo, e che assumeva la forma di una specie di distaccata commiserazione per il nostro mondo; perché nei suoi recessi racchiudeva gli orrori capaci di suscitare quelle folli cacofonie. All’aumentare dell’intensità dei suoni, compresi che si stavano avvicinando. Poi – possano proteggermi gli dèi di tutti i pantheon per risparmiare in futuro ai miei orecchi quell’orrendo  strepito – percepii, lontano e fievole, il rimbombo millenario e infernale delle cose che stavano marciando.

Era terrificante che esseri dai passi tanto diversi riuscissero a seguire una perfetta cadenza così ritmica! Lunghi, empi millenni  di scellerate marce dovevano guidare quell’avanzata di mostruosità del sottosuolo, che saltellavano, raspavano, zufolavano, strisciavano, scalpitavano… seguendo il ritmo assurdo di quegli strumenti nefasti. E poi – invoco il Signore affinché allontani dalla mia memoria il ricordo di quelle leggende sussurrate tra gli arabi – le mummie senz’anima… i ricettacoli dei kƒ erranti… le legioni di morti faraonici maledette dai demoni e moltiplicatesi per quaranta secoli… le mummie composite, condotte attraverso i neri abissi d’onice dal faraone Khephren e dall’astuta regina Nitocris…

Il calpestio divenne più vicino… che Dio mi scampi e liberi dal trapestio di quei piedi, di quelle zampe, di quegli zoccoli e di quegli artigli, che ormai cominciavo a distinguere! In fondo al lastricato, che si estendeva per una distanza smisurata nelle tenebre senza sole, baluginò da lontano, nel fetido etere, un barlume di luce, ed io corsi a nascondermi dietro una di quelle colonne titaniche, per non vedere l’orrore che veniva nella mia direzione con i suoi milioni di piedi, avanzando nella ciclopica galleria pregna di terrori inumani e di soffocante antichità. Si succedettero dei guizzi di luce, e lo scalpiccio e il ritmo dissonante si amplificarono con un’intensità da voltastomaco. Nell’incerta luce arancione si condensò una scena raggelante, e dalla mia bocca uscì un gemito di autentica incredulità, che vinceva perfino il mio terrore e la mia nausea. Piedistalli di colonne che non riuscivo a vedere neppure per metà, con la mia vista umana… basamenti di costruzioni che avrebbero reso microscopica la Torre Eiffel, al loro confronto… geroglifici scolpiti da mani inimmaginabili in antri oscuri dove la luce del sole non era che una lontana leggenda…Non avrei guardato le creature che avanzavano marciando: questa fu la risoluzione disperata che presi quando, al di sopra della lugubre musica e del macabro scalpiccio, sentii le loro articolazioni scricchiolare e il loro respiro ansimare. Che salvezza che non parlassero! Dio, però…! La luce delle torce cominciò a proiettare grottesche ombre sulla superficie delle gigantesche colonne. Gli ippopotami non dovrebbero  avere mani umane, non dovrebbero portare torce… gli uomini non dovrebbero avere teste di coccodrillo…

Provai a voltarmi, ma ero circondato dalle ombre, dagli strepiti e dal fetido lezzo. Allora mi tornò in mente un’abitudine che avevo da bambino quando avevo incubi semiconsci, ed iniziai a ripetere a me stesso: “è solo un sogno! Un sogno!”. Ma fu un vano espediente, e non mi rimase che chiudere gli occhi e mormorare una preghiera… è questo, almeno, che penso di aver fatto, dato che le visioni non sono mai completamente certe… ed io sono sicuro che doveva trattarsi di una visione! Mi domandai se avrei fatto più ritorno nel mondo e, a tratti, socchiudevo gli occhi per vedere se ci fosse anche un solo particolare, a parte l’aria impregnata di esalazioni miasmatiche, le ciclopiche colonne e le ombre assurde e teriomorfe di quelle mostruosità abominevoli, che mi consentisse di capire qualcosa di più del luogo in cui mi trovavo. Le centinaia di torce adesso brillavano vividamente e, a meno che quel posto satanico non fosse del tutto privo di pareti, sarei riuscito tra breve a vederne le delimitazioni o ad individuare un punto preciso di riferimento. Invece fui costretto a richiudere gli occhi, quando mi resi conto del numero pazzesco delle creature che si stavano assembrando… e  quando intravidi una forma in particolare che incedeva maestosamente, a ritmo regolare… assolutamente priva di corpo sopra il punto della vita.

Poi un infernale ululato, gutturale e spettrale, lacerò l’aria… quell’aria satura di venefiche esalazioni di nafta e di bitume… in un coro stregato di mille gole bestemmianti all’unisono. I miei occhi si aprirono, e vi si impresse per un istante una scena che sconvolgerebbe per il panico, il terrore e lo sfinimento qualsiasi essere umano. Le creature, seguendo la direzione della miasmatica corrente, si erano disposte in fila rituale, e la luce delle torce illuminava i contorni delle loro teste chine… o per meglio dire, di quelle che avevano una testa. Attendevano adoranti di fronte ad una specie di voragine nera, dalla quale schizzava a zaffate una torbida putrescenza per poi innalzarsi e quasi svanire. Notai che dai suoi lati, ad angolo retto, si dipartivano due scalinate titaniche la cui cima scompariva nel buio. Ero certo di essere caduto da una delle due.

La voragine aveva le stesse dimensioni delle colonne: una normale abitazione sarebbe scomparsa, al suo confronto, ed un intero palazzo pubblico vi sarebbe entrato senza alcuna difficoltà. Occupava uno spazio talmente smisurato, che solo alzando gli occhi si riusciva a delimitarne i contorni… era così immensa, così orrendamente nera, così disgustosamente ammorbante… E in quell’antro degno di Polifemo, le creature stavano lanciando delle cose, presumibilmente doni od offerte propiziatorie, stando alla loro mimica gestuale. Davanti a tutti c’era Khephren: il sogghignante faraone Khephren, o la mia guida Abdul Reis, cinto dall’aureo pshent, che dettava lunghissime formule con la voce tenebrosa dei morti. In ginocchio accanto a lui scorsi la stupenda Nitocris, che intravidi per un breve istante di profilo per poi accorgermi che l’intera parte destra del suo volto era stata rosicchiata dai topi o dai ghoul, mangiatori di cadaveri. E quando vidi con chiarezza cosa stavano lanciando le creature nell’orrida voragine, probabilmente in offerta alla divinità che vi dimorava, chiusi nuovamente  gli occhi.

Trattandosi di un rituale piuttosto elaborato, arguii che il Signore del baratro dovesse essere alquanto importante. Che fosse Osiride, o Iside, o forse Horus, o Anubis, oppure qualche ignoto dio dei morti, più antico ed eccelso di loro? Narra una leggenda che, molto prima della nascita dei culti degli dèi conosciuti, venivano eretti nefandi altari ed oscene statue colossali in onore di un Essere Oscuro…Poi, mentre cercavo di resistere alla macabra vista delle sepolcrali apparizioni di quelle creature senza nome, seppi improvvisamente che esisteva una possibilità di fuga. Il camminamento in cui mi trovavo era scarsamente illuminato, e dalle immani colonne venivano proiettate ombre fitte. Considerando che tutti quegli abominevoli mostri erano in deliquio per l’estasi del rituale, forse potevo strisciare non visto fino ad una delle scalinate ed arrampicarmi furtivamente verso la libertà, pregando il Fato e facendo affidamento sulla mia abilità. In che luogo mi trovassi né lo sapevo, né lo volevo sapere… e per un istante sorrisi divertito all’idea di organizzare un’evasione  da quello che era certamente un sogno. Ero davvero in una zona sepolta e sconosciuta dei sotterranei del Tempio di Khephren, quel tempio che viene chiamato ormai da generazioni Tempio della Sfinge? Anche se non avevo alcun elemento certo per congetturare, ero assolutamente determinato a risalire  alla vita e alla realtà, sempre che mi assistessero la forza ed il cervello.

Carponi, iniziai a strisciare, col cuore in gola, verso la scalinata che mi pareva più accessibile, cioè quella di sinistra. Se mi si chiede di descrivere cosa provai in quei minuti, confesso di non poterlo fare, ma è facile immaginarlo: basta pensare che, per paura di essere scoperto, ero obbligato a non distogliere mai lo sguardo da quell’orrida scena rischiarata dalle torce mosse dal vento. Ho già spiegato che la base della scala era molto distante e buia, visto che doveva salire senza una curva sino alla balaustra eretta sopra la voragine. Conseguentemente, l’ultima parte della mia avanzata avvenne piuttosto lontano dalla calca strepitante, pur se il panorama mi atterrì lo stesso. Finalmente arrivai agli scalini ed iniziai a salire, sempre accostato alla parete, e su questa osservai dei rivoltanti disegni. Per scivolare via, facevo affidamento sul rapimento estatico con cui quelle oscenità fissavano la voragine che vomitava aria putrida e i cibi immondi lanciati da loro stessi vicino all’apertura, per terra. I gradini della colossale scalinata erano enormi blocchi di porfido, adatti ai piedi di un gigante, e la loro ascesa pareva senza fine.

La fatica che mi costava quella salita, che aveva anche riacuito i miei dolori, unita al terrore di essere scoperto, mi fece vivere un autentico inferno. Appena raggiunta la balaustra, avevo stabilito di completare la salita dei restanti gradini, se ce n’erano, ripromettendomi di non girarmi a guardare per l’ultima volta l’orda blasfema che scalpitava e si inchinava adorante a circa trenta metri più in basso. Ed invece, un improvviso sollevarsi di quel coro di lugubri  zufoli nel momento in cui stavo per raggiungere la cima, segno evidente che nessuno aveva notato la mia fuga, mi spinse a fermarmi e a sbirciare dalla balaustra.

Le aberranti creature stavano urlando in preda all’esaltazione all’indirizzo di qualcosa che era uscito dalla fetida voragine per ghermire le loro ributtanti offerte. Era qualcosa di mastodontico e massiccio, anche dall’alto della mia posizione, qualcosa di giallognolo e lanoso, dotato di una specie di movimento continuo. Rassomigliava forse ad un grosso ippopotamo, ma era fatto in modo molto strano. All’apparenza era privo di collo, ma era dotato di cinque teste villose che si allungavano in fila dal tronco rozzamente cilindrico: la prima, minuscola; la seconda, piuttosto grossa; la terza e la quarta, di eguale misura, più grosse di tutte; la quinta, di poco più grande della prima. Dalle cinque teste sporgevano tentacoli curiosamente rigidi, e con questi l’Essere ghermiva il cibo rivoltante che si era ammucchiato vicino alla bocca della voragine. A volte spiccava salti, altre indietreggiava nella tana bizzarramente: un modo di muoversi che era talmente assurdo da irritarmi. Così restai a fissarlo, sperando che uscisse maggiormente dal suo antro.

E poi uscì… uscì e, davanti a quella vista, fuggii di corsa su per la scala buia. Semincoscente, salii dissennatamente, senza capire  né vedere, miriadi di gradini e piani inclinati, lungo i quali non mi guidavano né la vista né la ragione, e che credo di dover lasciare nel mondo onirico, non essendovi prove razionali… Doveva trattarsi di un sogno: come avrei fatto, se no, a ritrovarmi all’alba, col respiro mozzo, sulle dune di Gizah, di fronte al viso beffardo e infuocato dal sole della Grande Sfinge?

La Grande Sfinge! Mio Dio… la vaga domanda che mi ero posto il mattino precedente, benedetto dal sole… quale immensa e orribile mostruosità rappresentava originariamente la Sfinge? Maledetto il momento in cui, sogno o non sogno, si palesò ai miei occhi l’orrore supremo: l’Oscuro Dio dei Morti che ingurgita i suoi abnormi bocconi negli sterminati abissi, macabramente saziato con empi cibi da mostruosità senz’anima che non esistono. L’oscenità a cinque teste che emerse… l’oscenità a cinque teste grande come un ippopotamo… l’oscenità a cinque teste… e ciò di cui Esso è appena una zampa anteriore

Ma sono sopravvissuto, e so che era soltanto un sogno.

(Under the Pyramids, febbraio-marzo 1924)

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