Apollo/Kronos in esilio: Ogigia, il Drago, la “caduta”

(immagine a fianco: Ferdinand Keller)

Ci prefiggiamo in questa sede di portare a un punto di congiunzione alcuni cicli di articoli finora pubblicati in questo primo anno di attività di AXIS mundi: il ciclo riguardante i Culti cosmico-agrari dell’antica Eurasia, quello incentrato sulla questione di Tempo e cicli cosmici e infine la serie di conferenze a cura di M. Ruzzai sul Mito dell’origine polare e iperborea dell’umanità.


Kronos in esilio: le «Isole dei Beati»

Narra il mito greco-romano, giuntoci soprattutto grazie agli scritti di Plutarco, che Saturno/Crono, in seguito alla detronizzazione da parte di Giove/Zeus, non risieda più in questo mondo, ma viva in uno stato comatoso all’estremo Nord-Ovest, ai confini della terra, lontano presso Okeanos. Qui, su un’isola denominata ora Elysion («Isola dei Beati») ora Ogigia (lett. “la primordiale”), il dio dell’età aurea giace dormiente in una caverna dorata insieme ad alcune anime beate (o “buoni demoni”) che egualmente sono sottratte al flusso del divenire, poiché tale isola—vero e proprio locus amoenus—non sperimenta quei processi di deterioramento o cambiamento ciclico a cui tutto il cosmo è soggetto: ivi vige una primavera eterna, non vi sono temporali, neve o pioggia.

Si tramanda che «in questa regione circonfusa di un tramonto perenne, i beati rapiti, ornati di corone e fiori, vivono la loro vita di sogno, senza faticare e senza operare» [Philipsson, Origini e forme del mito greco, p. 209], similmente all’umanità dell’età dell’oro esiodea. Questi “beati rapiti” sarebbero, secondo Esiodo, «la razza divina degli Heroi, più giusta e più buona»; per questi loro meriti essi «abitano con animo lieto e senza affanno nelle isole dei Beati, presso l’Okeanos dai grandi vortici felici». Nuccio D’Anna [Il gioco cosmico, p. 83] commenta:

«L’idea […] che le isole dei Beati siano poste presso Okeanos sarà sviluppata da Plutarco […] che la pone in connessione con il regno aureo di Kronos. È il luogo nel quale il sole non tramonta quasi mai e mentre Kronos dorme, come gli uomini dell’età aurea, straordinari uccelli gli recano la divina ambrosia e strani servitori-sapienti lo raggiungono ogni trenta anni, ossia al compiersi dell’intero ciclo celeste del pianeta Saturno.»

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Arnold Böcklin, Ritorno all’Isola dei Beati.

Nella tradizione celtica, certamente influenzata da quella mediterranea, troviamo alcune sorprendenti similitudini su questo tema. Infatti si tramanda che Kronos giaccia addormentato in una caverna d’oro nella montagna, presso l’«isola dell’immortalità», l’«isola delle mele» dove si trova l’«acqua della vita» (l’isola sacra Avalon è connessa etimologicamente ad Apollo—dio iperboreo, doppio di Saturno—e al termine ang. apple e quindi le «mele delle Esperidi»). Tuttavia, tre gigantesse—simili alle Norne, la cui volontà nemmeno gli dèi possono questionare—rompono questa esistenza idilliaca. Esse rappresentano le tre fasi lunari e la triplicità del tempo: passato, presente, futuro, di cui la luna è misura. Le tre figure avrebbero avviato il divenire [Ruini, p. 18]. Nella tradizione celtico-irlandese l’Isola dei Beati viene chiamata anche Tir na mBeo (la «Terra dei Viventi») e Tir na hOge (la «Terra della Gioventù»), a testimoniare la completa assenza della morte e della vecchiaia, dovuta alla atemporalità del luogo, da questo locus amoenus [Evola, Rivolta contro il mondo moderno, p. 231].

Ritornando alla tradizione ellenica, Plutarco ci informa che il mare che circonda l’isola di Ogigia, consacrata ad Apollo Karneios (di cui si dirà a breve) o a Kronos, era chiamato mare di Crono; Omero invece la definisce “l’ombelico del Mondo”, modello esemplare del successivo Omphalos di Delfi. Così scrive Nuccio D’Anna nella sua illuminante opera Il gioco cosmico [pp. 26-27], riallacciandosi alla concezione eliadiana di illud tempus primordiale:

«Il regno di Kronos […] è quello dell’illud tempus aureo, il tempo dei primordi che esprime la pienezza della condizione degli inizi, la sua perfezione. Kronos è il re per eccellenza, l'”antico sovrano” che ancora secondo Pausania (VI, 20, 1) riceveva un sacrificio sul monte Kronos a Olimpia, l’omphalos della spiritualità ellenica, il “centro del mondo”. Qui, all’equinozio di primavera, ogni anno i Basilâi (i Re) ripetevano un rituale che intendeva riattualizzare il regno di Kronos, ossia la condizione spirituale degli inizi che “riportava” così il mondo ellenico all’illud tempus primordiale.»

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Arnold Böcklin

Fin dai primordi del mito e della sua riattualizzazione mediante il rito, dunque, Saturno/Kronos  si configura come Signore (de)caduto del Polo Iperboreo, colui che, per dirla con Santillana e Dechend [Il mulino di Amleto, p.180]:

«[…] il figlio Zeus detronizzò gettandolo giù dal “carro” ed esiliò in “catene” su un’isola beata ove dimora addormentato perché, essendo immortale, non può morire [ma vive] in una specie di vita-nella-morte, avvolto nei lini funerari fino a quando, a detta di alcuni, non verrà il tempo destinato al suo risveglio ed egli allora rinascerà a noi come bambino.»

Ritorneremo più avanti su questa credenza apparentemente bizzarra, e avremo modo di menzionare anche altre leggende fondate sul medesimo mitologema di personaggi divini o divinizzati dormienti in qualche luogo occultato in attesa di un prossimo ritorno. Per il momento, sempre rimanendo nell’ambito del radicale *krn, vi è da menzionare un altro dio ellenico che similmente al Saturno dell’età dell’oro era talvolta considerato connesso a un luogo polare ed inaccessibile, sospeso in una dimensione di atemporalità.

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Moneta romana. Su un lato Apollo Karneios, sull’altro l’aquila, simbolo di elevazione e di assialità polare.

Apollo Karneios, i betili sacri, il cubo e l’Omphalos

Stiamo parlando di Apollo Iperboreo, tra i cui epiteti è d’uopo qui ricordare quel Karneios [cfr. Cernunno, Odino, Dioniso e altre divinità del ‘Sole invernale’] che lo collega al Karn [D’Anna, p. 44], il luogo elevato che simboleggia la Montagna sacra del Polo e quindi l’Axis Mundi. Tale etimologia si ritrova anche presso i Celti che denominavano cairn i cumuli verticali di pietre, ugualmente rappresentazioni dell’asse cosmico. Si noti che anche il culto di Apollo prevedeva l’adorazione di una pietra verticale, l’Omphalos di Delfi, che possiamo facilmente mettere in relazione con il monte Meru della tradizione degli indo-arî e con il lingam degli indiani śivaisti.

Ad Apollo era sacro anche un cubo di pietra che nel santuario di Delo fungeva da altare, e il cubo, com’è risaputo, è connesso esotericamente anche a Saturno/Kronos [cfr. Santillana e Dechend, Il mulino di Amleto, cap. XV], finanche in epoca più recente (trattati ermetici, alchimistici ed astrologici). Ma c’è di più. Vi è infatti una vastissima tradizione antica [cfr. Eliade, Trattato di storia delle religioni, p. 195 ss] incentrata sul tema dei betili sacri, pietre “cadute dal cielo”, vale a dire rocce meteoritiche perlopiù nere, che dopo essere state scolpite nella forma del cubo venivano poste nel punto centrale del santuario, il quale veniva fondato esattamente nel luogo dove il betile era precipitato: l’evento meteoritico veniva letto come un segno divino.

La forma cubica che veniva conferita alla roccia proveniente dallo spazio si può spiegare col fatto che tale parallelepipedo sta qui a rappresentare la “caduta” di Aion (l’Essere nel suo aspetto eterno e pre-storico) nel tempo ciclico dei quattro yuga indù o delle cinque età di Esiodo, laddove l’età dell’oro rappresenta il centro, e quindi la dimensione atemporale, e le successive quattro—dell’argento, del bronzo, degli eroi e del ferro—equivalgono ai quattro lati del cubo di Saturno, che visto dall’alto (e quindi dal Polo) appare come un quadrato.

Si può notare come ciò sia in connessione, nei Purana indù, con l’Isola Bianca chiamata Svita-Dvîpa, equivalente di Iperborea, la quale ha il suo mitico centro/polo nel monte Meru, che a sua volta poggia su quattro sostegni: ad est d’oro, a sud di ferro, a ovest d’argento e a nord di bronzo. Dal monte Meru scorrono i quattro fiumi derivati dal Gange celeste che sgorga dai piedi di Viśnu, nei pressi della Stella Polare. Secondo lo scienziato Richard L. Thompson [cit. in Godwin, Il mito polare, p. 22], tali luoghi mitici descritti nei Veda e nei Purana:

«[…] impossibili da situare in qualche posto della Terra o da conciliare con le dimensioni note del nostro pianeta, sono parte di un cosmo più vasto, disposto su più livelli, che occupa lo stesso spazio del nostro, che gli esseri dei primi Yuga erano in grado di percepire.»

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Mandala del monte Meru.

Anche i mandala della tradizione sino-tibetana, oltre a quelli indiani, sono egualmente immagini cosmiche incentrate sull’unione tra il cerchio e il quadrato e sulla quadruplice suddivisione (che diventa quinaria tenendo conto anche del centro). Lo stesso discorso vale per le rappresentazioni dei nativi americani del “Sacro Cerchio del Cosmo” [cfr. Il Sacro Cerchio del Cosmo nella visione olistico-biocentrica dei Nativi Americani].

Il colore scuro del cubo sacro a Saturno/Apollo Karneios allude alla fase dell’opera alchemica definita Nigredo: dalla purezza delle origini paradisiache si è ormai caduti nelle spire del tempo, e il Saturno dell’età dell’oro si configura adesso come Kronos, il «Tempo-che-tutto-divora», equivalente allo Śiva indù che con la sua danza senza posa crea e distrugge il cosmo durante i vari cicli cosmici, laddove invece Viśnu impersona la deità del Polo atemporale e perennemente al di sopra e al di fuori dalle ronde del Samsara.

Si comprende dunque come l’aspetto “malefico” di Saturno/Kronos-Śiva sia non altro che la conseguenza della sua «caduta nella temporalità»: Kronos è Aion imbrigliato nelle ronde dei cicli cosmici, che tuttavia continua a governare dalla sua dimora occulta. Egualmente, Śiva è Viśnu nel suo aspetto di conservatore e distruttore: mentre Viśnu crea la manifestazione cosmica “sognando”, è Śiva che la mantiene in esistenza perenne con la sua duplice danza di creazione e distruzione [cfr. Tempo ciclico e tempo lineare: Kronos/Shiva, il «Tempo che tutto divora»].

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Saturno/Kronos. Si noti il drago che ne traina il carro, un chiaro rimando (come vedremo più avanti) alla costellazione del Draco e alla sua posizione polare durante l’età aurea e primordiale.

La «caduta dell’Essere» nel mondo del divenire

La tragedia dell’esilio di Aion/Kronos nelle ronde del tempo riguarda, da un punto di vista più esoterico, ogni singola entità cosciente dell’intero cosmo: dietro alle antropomorfizzazioni del mito si cela il mistero terrificante della «caduta dell’Essere» nel mondo del divenire o, per la tradizione indù, della Maya (illusione causata dal divenire). Il radicale *Sat in sanscrito sta per “pura essenza”, “verità”, da cui anche il nome dell’era aurea nella tradizione indiana: Satya-Yuga. Il suo termine coincide con la fine di un mondo paradisiaco ed iperboreo, e con la scomparsa o meglio l’occultamento del Centro/Polo primordiale.

Ugualmente nel mito greco-romano, in seguito alla detronizzazione da parte di Giove, dio demiurgico reggente il cosmo dall’età dell’argento in poi, tale «Terra degli Dei» in cui durante l’età aurea e primordiale l’uomo viveva in compagnia degli dèi sotto l’egida di Saturno, con la nuova configurazione del cosmo governata da Zeus si occulta improvvisamente, diventando anzi quasi una «Terra dei Morti», che trova rappresentazioni immaginali sublimi nell’animo di pittori della sensibilità di Arnold Böcklin.

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Arnold Böcklin, L’Isola dei Morti, seconda versione.

Apollo in kôma per un «Grande Anno»

È curioso notare come anche Apollo, similmente a Kronos, venga in un mito condannato da Zeus all’esilio, lontano dall’Olimpo. Ne tratta in modo esemplare lo storico delle religioni belga Marcel Detienne nella sua opera Apollo con il coltello in  mano. In seguito all’uccisione del figlio Asclepio, reo di aver voluto strappare alla morte un’anima che le era destinata, da parte dei Ciclopi, il dio iperboreo ingaggiò una lotta contro gli uccisori, milizia di Zeus al quale avevano conferito, in seguito alla battaglia contro Kronos, il tuono e la folgore. Zeus si accingeva a punire Apollo facendolo precipitare nel Tartaro ma, in seguito alle preghiere di Latona, accettò di spedire il ribelle in esilio: «un anno, un “grande anno” di schiavitù alle dipendenze di un mortale, a prendersi cura delle sue greggi» [Detienne, p. 258].

In questa circostanza, il ritratto di Apollo che ne traccia Detienne è perfettamente in correlazione con la mitologia di Saturno/Satana/Lucifero precipitato dal cielo dal dio demiurgico che regge il ciclo della divenire (Zeus/Giove/Yahweh) e costretto in esilio sulla terra (o al suo interno—nel Tartaro—, o meglio in una dimensione sovrapposta ma invisibile, l’Isola dei Beati o Ogigia o Avallon) per la durata di un intero ciclo cosmico, in una condizione di torpore comatoso [Detienne, p. 258]:

«Apollo decaduto; il dio dell’orgoglio illimitato, che vuole sempre essere il primo, condannato a condurre l’esistenza di un povero diavolo, ridotto in schiavitù […] l’immortale che ha mentito resta a giacere “senza respiro e senza parola su letto ben steso”, vittima di un torpore, kôma, crudele […] Esilio radicale, in cui l’immortalità sembra sospesa, ora che è divenuto lo schiavo, il lavoratore a giornata sottomesso ai capricci di un semplice mortale, il dio, escluso dall’Olimpo e dal “sempre”, sperimenta la vita dell’effimero, dell’essere assoggettato al “giorno”, al cambiamento quotidiano, a ciò che, ogni giorno, gli capita.»

In questo mito, Apollo condannato all’esilio da Zeus è lo stesso Aion/Saturno aureo divenuto Kronos in seguito alla sua precipitazione nel Tartaro: escluso dall’eternità (“dall’Olimpo e dal sempre”) viene assoggettato al tempo, all’effimero, al cambiamento: l’Essere (Sat), dopo la «caduta nel mondo del divenire» si corrompe, trasmutandosi nell’oscuro e plumbeo Kronos. Il pianeta Saturno, che in quanto corpo planetario più esterno del nostro sistema solare conosciuto dagli antichi, corrispondeva effettivamente alla più elevata delle sfere planetarie nella loro concezione cosmico-sacrale (il «settimo cielo» o il Stya-Loka della tradizione Indù) è costretto a cedere la sovranità del cosmo a Giove/Zeus e da qui ha inizio la «caduta dell’Essere» nella temporalità ciclica.

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L’Imperatore dormiente Federico Barbarossa nelle viscere del monte Kyffhäuser. Secondo la leggenda, egli non sarebbe mai morto, ma aspetterebbe il momento del suo ritorno in compagnia dei suoi cavalieri più coraggiosi e fedeli. Il suo ritorno è previsto, secondo la versione dei fratelli Grimm, per “quando le aquile smetteranno di volare”. L’iconografia (si notino soprattutto i due corvi) lo ricollega direttamente all’Odino/Wotan della tradizione nordico-germanica, di cui dunque è, come pure l’Artù della tradizione britannica, una copia funzionale.

Re Artù e Unther Pendragon: l’Orso e il Drago

Abbiamo finora riportato i miti incentrati su questo topos riguardanti Saturno/Kronos e Apollo, ma le tradizioni su personaggi divini o divinizzati giacenti in stato comatoso e costretti a risiedere fino alla fine del ciclo cosmico presso certi luoghi sottratti allo scorrere del tempo sono vastissime. Questo complesso di leggende riguardanti «personaggi rapiti nell’invisibile, epperò “mai morti”, destinati a “risvegliarsi” o rimanifestarsi al compimento di un certo tempo» sono, come nota Evola [Rivolta contro il mondo moderno, p. 188], «incarnazioni varie di un tema unico, trasposte dalla realtà alla soprarealtà», e comprende anche la dottrina indù degli avatar o incarnazioni divine periodiche sotto personalità diverse, sebbene «esprimenti una stessa funzione».

Queste credenze si riscontrano per esempio nelle saghe che veicolano l’idea di un futuro ritorno di Odino, Re Artù (da arktos=”polo”, ma anche arkhtos=”orso”) e Federico Barbarossa dalle rispettive dimore ‘infere’ (Avalon, l’Etna, il Kyffhäuser nella Turingia). Si tenga bene a mente però che l’aspetto infero di tali luoghi non va inteso in senso meramente ctonio-sotterraneo, ma piuttosto, come abbiamo sottolineato altrove [cfr. Divinità del Mondo Infero, dell’Aldilà e dei Misteri]:

«[…] dietro a un’idea di profondità meramente tellurico-ctonia sembra nascondersi, nella saggezza del Mito e della Tradizione, una dimensione molto più profonda, decisamente più abissale, epperò non in senso fisico-materiale (il sottosuolo), non su questa terra: bensì nei cieli, nell’Abisso cosmico. Nella mitologia ellenica, questo abisso è denominato Tartaro: nel Fedone (111e-112b) Platone parla di questo luogo come di una dimensione abissale, non sotterranea al nostro mondo bensì piuttosto sovrapposta, alludendo probabilmente alla sua dimensione extra-temporale (Avallon, l’Isola delle Esperidi, Ogigia)».

Anche Santillana e Dechend sono di questo parere, dal momento che scrivono [Il mulino di Amleto, p. 240]:

«La difficile parola Ὠγυγίoη, spesso tradotta con “primordiale” pare designare cose vagamente situate al di là dello spazio e del tempo, come dire: il tesoro nascosto là dove scende l’arcobaleno. Era anche il nome del ritiro di Kronos, dove il dio attendeva il momento del proprio ritorno […] Questa regione “ogigia”, aborrita dagli dèi, deve trovarsi al di sotto e insieme al di là della terra, il che significa qualcosa come “dall’altra parte del cielo”.»

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Planisfero del XV secolo. Al centro-Polo, la costellazione del Draco con l’Orsa Maggiore e l’Orsa Maggiore.

In questo senso, quando il mito tramanda che Artù o Saturno/Kronos o l’Imperatore dormiente Barbarossa giacciono in uno stato comatoso nelle loro dimore sotterranee in attesa di un futuro risveglio, dobbiamo interpretare tali credenze con gli strumenti dell’astroteologia [cfr. Il tempo ciclico e il suo significato mitologico: la precessione degli equinozi e il tetramorfoUna scienza a brandelli: sopravvivenze delle dottrine del tempo ciclico dal Timeo all’Apocalisse e Simbolismo stellare e simbolismo solare]. Infatti, come abbiamo avuto modo di notare in un precedente articolo [cfr. I benandanti friuliani e gli antichi culti europei della fertilità]:

«I personaggi di Odino e di Artù sono entrambi in relazione con l’orso […] L’animale […] evoca possibili riferimenti alla stella polare (Ursae Minoris) nonché all’assialità (il sacro frassino Yggdrasill, Albero del Mondo a cui Odino resta appeso per nove giorni; la spada che Artù estrae dalla roccia). La Chiavarelli fa notare che l’orso è evocato anche semanticamente sia dal nome Artù (arktos, orso), sia dalla denominazione delle «schiere di guerrieri “orsi” dell’esercito di Odino, i berserkir, dodici, tra l’altro, come i cavalieri del sovrano bretone» (Diana, Arlecchino, p.29).»

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La rotazione dell’Orsa Minore intorno alla stella polare. Da Thomas Dick, Celestial Scenery, 1838. L’immagine che ne deriva, lo swastika o croce uncinata, è uno dei simboli più importanti nella tradizione dei popoli indoeuropei, e non solo. Si ritrova infatti anche presso i nativi americani del nord e alcuni ceppi mongolici (ugro-finnici, tibetani, ainu) storicamente localizzati a settentrione, nonché dai popoli messicani che si ritenevano provenienti dalla mitica isola di Aztlan, ubicata nell’estremo settentrione. Tutte queste popolazioni fanno derivare, secondo una tradizione millenaria, le loro origini da una patria artica in cui il sole non tramontava quasi mai e in cui la vita era descritta come un'”eterna primavera” . Ciò invero ci permette di trovare una connessione ulteriore con la dimensione atemporale delle varie isole mitiche situate nell’estremo nord [cfr. Le radici antiche degli indoeuropei e Patria artica o “Madre Africa”?].

Ma c’è di più. Secondo la tradizione bretone Artù sarebbe figlio di Uther Pendragon (letteralmente: “Testa di Drago”). Il drago è un simbolo ancora più primordiale dell’Orso, e ciò va ricollegato, come il lettore forse avrà già compreso, con la costellazione del Draco e soprattutto con la sua “testa”: la stella alpha-drakonis. Effettivamente, sappiamo che tale astro, noto agli astronomi moderni come Thuban, rivestiva la posizione di stella polare circa 5000 anni fa, una data curiosamente prossima alla nascita delle civiltà più complesse e evolute della storia del nostro pianeta, nonché probabilmente periodo in cui vennero codificati i primi corpora mitici che vennero poi perfezionati nei millenni a seguire. Ancora una volta non si può fare a meno di notare come, alle origini, il mondo del Sacro e l’osservazione degli astri furono praticamente inseparabili: il sentimento religioso nacque proprio dal tentativo di alcune élite di sapienti di decifrare il linguaggio del Cosmo e di comprendere la posizione e il ruolo dell’uomo al suo interno.

È chiaro dunqueper ritornare al mito di Artù—che, essendo la “Testa di Drago” (Uther Pendragon) padre dell'”Orso” (Artù/arkhtos), ne deriva che il simbolo del Drago/Ouroboros, sempre centrale nei miti di origine e di cosmogonia (si pensi ad es. al Quetzalcoátl messicano, “Serpente Piumato” che creò il mondo) è da concepire come anteriore a quello dell’orso, che ne rappresenta per così dire una seconda fase che segue la «caduta dell’Essere nel mondo del divenire», con cui termina l’età aurea o Satya-Yuga. E infatti, nell’età odierna la Stella Polare è α-Ursae Minoris, o Polaris.

Si tenga conto inoltre della valenza simbolica della Tavola Rotonda, considerando che il cerchio simboleggia l’eternità atemporale del Centro/Polo (Artù) e che i 12 cavalieri che vi prendono posto altro non sono se non raffigurazioni esoteriche delle dodici stazioni zodiacali in cui il sole prende domicilio durante il ciclo dell’anno nel cosmo ormai soggetto al processo del divenire. Come si è detto, l’Orso è più “giovane” del Drago, ragion per cui sotto il dominio di Artù/arkhtos il cosmo procede ormai secondo le quadruplici divisioni del quadrato, esattamente come il cosmo di Giove/Zeus in seguito alla detronizzazione del padre Saturno/Kronos, equivalente a Uther Pendragon, padre di Artù.

Da tale posizione predominante della costellazione del Draco nel cielo primordiale, antecedente l’inclinazione dell’asse terrestre che ha causato secondo la tradizione la «caduta dell’Essere nel mondo del divenire», deriva anche il simbolo dell’Ouroboros che viene associato nella tradizione ellenica a Okeanos e Aion, vale a dire lo spazio-tempo coeso in un’eternità atemporale precedente alla sua suddivisione, prima dunque che il cosmo venisse configurato secondo i dettati di Zeus e sulla suddivisione quaternaria tipica del Demiurgo.

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Rappresentazione delle costellazione del Draco, dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore. Manoscritto medievale.

L’Ouroboros, Apollo Pizio, Viśnu e Śiva

Quanto detto a proposito della costellazione del Draco si ricollega alla leggenda di Apollo uccisore del drago Pitone presso il sacro Omphalos delfico. Apollo in questo mito appare al tempo stesso come uccisore del Drago e come Drago stesso: Apollo Pizio. Una simbologia similare si ritrova nei miti indiani riguardanti il dio supremo del pantheon, Viśnu, il quale è rappresentato adagiato sulle spire di Ananta, il serpente cosmico (Viśnu Anantaśāyin). Così scrive a riguardo l’orientalista tedesco Heinrich Zimmer nella sua opera seminale Miti e simboli dell’India [pp. 62-63]:

«Il dio giace nel sonno in una posizione aggraziata, rilassata, come assorto nel sogno dell’universo contenuto dentro di lui […] Le spalle e la testa di Viśnu sono circondate e protette da nove teste di serpenti con i cappucci allargati; il dio giace sulle spire possenti. Questo serpente dalle molte teste è l’equivalente animale del dormiente antropomorfo. Viene chiamato Infinito (ananta) e anche Rimanente, Residuo (śesa). È una figura che rappresenta il residuo che rimase dopo che la terra, le regioni superiori e quelle infernali, e tutti i loro esseri, furono modellati e tratti dalle acque cosmiche dell’abisso».

Epperò Viśnu ha pure un altro veicolo: l’uccello Garuda, che paradossalmente è «l’avversario del serpente» [Zimmer, p. 75]. Ma ciò non è affatto contraddittorio, essendo Viśnu il dio oltre ogni dualismo, che dorme beato assorto nel suo sogno cosmico, esattamente come Kronos presso Ogigia o come Barbarossa nella sua dimora sotterranea. Così come non è paradossale il duplice ruolo di Apollo uccisore di Pitone e lui stesso Pizio, nuova potenza numinosa dell’oracolo delfico, né lo è la “cavalcatura” per eccellenza del dio iperboreo, il cigno immacolato, equivalente dell’uccello solare Garuda, simbolo dell’Essere puro al di là di qualunque costrizione temporale.

Volendo spingerci ancora oltre (e concludendo), non è nemmeno paradossale il fatto che, nella tradizione indiana, il serpente oltre che a Viśnu sia sacro anche a Śiva, essendo i due rispettivamente le deità della dimensione atemporale e primordiale l’uno (Viśnu) e del gioco cosmico del divenire l’altro (Śiva). Essi sono dunque funzionalmente equivalenti l’uno all’Aion primordiale (il Saturno aureo), il secondo al Kronos esiliato che regge il mondo del divenire dopo la «caduta»: non a caso Śiva, esattamente come Kronos, si configura anche come dio del Tempo e della Morte nell’aspetto di Mahākāla, il «Tempo che Tutto Divora» [cfr. Tempo ciclico e tempo lineare: Kronos/Shiva, il «Tempo che tutto divora»]. Così, nella tradizione mediterranea come in quella induista, le principali potenze numinose si caratterizzano in ultima analisi come immagini dell’Essere nei due momenti opposti di eternità atemporale e di esistenza all’interno del fiume del divenire.

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Rappresentazione di Viśnu dormiente adagiato sulle spire del serpente cosmico Šesa (con Lakśmi).

Bibliografia:

  • Emanuela Chiavarelli, Diana, Arlecchino e gli spiriti volanti (Bulzoni, Roma, 2007).
  • Nuccio D’Anna, Il gioco cosmico (Mediterranee, Roma, 2006).
  • Marcel Detienne, Apollo con il coltello in mano (Adelphi, Milano, 2002).
  • Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni (Bollati Boringhieri, Torino, 2016).
  • Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (Mediterranee, Roma, 1969).
  • Joscelyn Godwin, Il mito polare (Mediterranee, Roma, 2001).
  • Marco Maculotti, I benandanti friuliani e gli antichi culti europei della fertilità.
  • Marco Maculotti, Divinità del Mondo Infero, dell’Aldilà e dei Misteri.
  • Paula Philipsson, Origini e forme del mito greco (Boringhieri, Torino, 1983).
  • Marieli Ruini, introduzione a E. Chiavarelli, Diana, Arlecchino e gli spiriti volanti (Bulzoni, Roma, 2007).
  • Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto (Adelphi, Milano, 1983).
  • Heinrich Zimmer, Miti e simboli dell’India (Adelphi, Milano, 2012).
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