Simbolismo stellare e simbolismo solare

(immagine a lato: “Lo zodiaco e i pianeti” di Bartholomeus Anglicus, tratto dal De proprietatibus rerum, Ahun 1480)

[segue da Il tempo ciclico e il suo significato mitologico: la precessione degli equinozi e il tetramorfo e Una scienza a brandelli: sopravvivenze delle dottrine del tempo ciclico dal Timeo all’Apocalisse]

Per riprendere il filo conduttore delle immagini che abbiamo introdotto nei primi due appuntamenti di questo ciclo, alla luce delle precedenti considerazioni, potrebbe essere utile riportare un passo della mitologia norrena.

Il passo è una citazione contenuta in Impronte degli dei (pp. 262 – 263), di G. Hancock:

Il lupo Fenrir, che molto tempo prima gli dèi avevano incatenato con estrema accuratezza, spezzò i vincoli e poi fuggì. Si scrollò e il mondo tremò. Il frassino Yggdrasil – cioè l’Asse del Mondo (ma bisogna intendere questo concetto in senso esteso, come una sfera armillare completa) – fu scosso dalle radici fino ai rami più alti. Le montagne si sgretolarono o si spaccarono da cima a fondo e gli gnomi, che avevano le proprie dimore sotterranee all’interno di quelle, cercarono disperatamente e invano le entrate che conoscevano da tanto tempo ma ora non trovarono più. Abbandonati dagli dei, gli uomini furono cacciati dai focolari e il genere umano fu cancellato dalla faccia della terra. Perfino la terra cominciava a perdere la propria forma. Le stelle già scendevano alla deriva dal cielo e precipitavano nel vuoto abissale. Erano come rondini che, stanche per un viaggio troppo lungo, cadono e affondano tra le onde. Il gigante Surt appiccò il fuoco a tutta la terra;” [analizzeremo in seguito l’entità di questo “incendio della terra” in relazione ad altri miti] “ormai l’universo era ridotto a un’immensa fornace… La terra sprofondò sotto il mare. Ma non tutti gli uomini perirono nella grande catastrofe. Rinchiusi nel legno del frassino Yggdrasil, che le fiamme divoratrici della conflagrazione universale non erano riuscite a distruggere, gli antenati di una futura razza di uomini erano scampati alla morte… E così dalla distruzione del mondo antico ne nacque uno nuovo. A poco a poco la terra emerse dalle onde. Montagne si levarono di nuovo e da esse presero a scorrere cateratte di acque gorgoglianti”.

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La schiera degli Æsir combatte il lupo Fenrir.

È chiaro, dunque, che qui non si sta affatto parlando di una terra materiale, né di un albero, né del mare, né di montagne comuni. Qui si narra la storia di uno sconvolgimento astronomico, che lascia intatto soltanto l’asse-cardine delle costellazioni circumpolari. Questo medesimo evento ha la sua eco in India sotto forma del salvataggio, da parte di Matsya-Avatara, di Satyavrata e dei Sette Rishi, ossia della Stella Polare e dell’Orsa Maggiore, attorno alle quali la “catastrofe” si compie (nel Satpatha Brahmana [I, 282] è scritto: “I Sette Rishi erano in tempi più antichi detti i Riksha [orsi]. È rimarchevole che la tradizione indù, per il significato astronomico dei suoi simboli, individui un’età più primordiale rispetto a tutti gli altri).

Non può passare inosservato, peraltro, che le modalità di salvataggio degli uomini all’interno dell’Yggdrasil ricordino molto da vicino, da una parte, quelle di Noè e dei suoi (peraltro in numero di otto, come in India), e dall’altra quelle di Deucalione e Pirra, che pure dovettero scampare a un “diluvio”. Il tema dell’albero ritorna nelle profezie di Daniele (Dn. 4, 10): un Vigilante scende dal cielo e grida con forza:

Tagliate l’albero e spezzate i suoi rami, scuotete le sue foglie e spargete i suoi frutti; gli animali fuggano di sotto a lui e gli uccelli di tra i suoi rami. Tuttavia il ceppo delle sue radici lasciatelo nel terreno, legato con una catena di ferro e di rame nell’erba del campo”.

Analogamente, dall’altra parte del mondo, gli Aztechi e i Maya parlavano del diluvio della quarta epoca (detta 4Atl, dove Atl sta per “acqua”), che diede vita al Quinto Sole (Impronte degli dei, p. 263):

4Atl fu concluso dalle inondazioni. Le montagne sparirono… Due persone sopravvissero perché ricevettero l’ordine da un dio di scavare un buco nel tronco di un albero grandissimo e di infilarcisi dentro non appena i cieli sarebbero venuti giù”.

Rimanendo per un attimo in ambito sudamericano, potrebbe essere interessante riflettere su questa notizia di Diego de Landa, riportata ancora da Hancock:

Tra gli innumerevoli dei adorati da questo popolo [i Maya] ve ne erano quattro che chiamavano Bacab. Questi erano, dicono, quattro fratelli che Dio, quando creò il mondo, sistemò ai suoi quattro angoli per sostenere i cieli affinché non cadessero. Dicono anche che questi Bacab fuggirono allorché il mondo fu distrutto da un diluvio”.

Impossibile non vedere, come nota l’Autore, in questi quattro fratelli le costellazioni dei quattro punti cardinali degli equinozi e dei solstizi, che “fuggono” quando la “terra” precedente “sprofonda” sotto il mare. Essi sono animati, non stanno mai fermi (essendo condannati dall’estrema mobilità dell’eclittica), per questo l’Apocalisse li denomina “Viventi” [cfr. Il tempo ciclico e il suo significato mitologico: la precessione degli equinozi e il tetramorfo].

Un salvataggio di sapore parzialmente diverso (perché contaminato da suggestioni recenziori di carattere solare) ci giunge dal mito di Osiride (e questo, peraltro, smentisce coloro che tendono a fare distinzioni manichee fra una tradizione “stellare” e una tradizione “solare”, laddove queste, al contrario, si trovano commiste, nelle tradizioni più recenti, in modo pressoché inestricabile). Come riferisce Plutarco (cfr. Iside e Osiride par. 15), Set, con uno stratagemma, riuscì a rinchiudere l’odiato fratello Osiride in una bara di legno e lo gettò in mare:

“La bara, sospinta fuori dal mare presso la costa di Byblos, con l’aiuto delle onde era dolcemente approdata in un prato di erica; l’erica, poi, in breve tempo era cresciuta fino a diventare un bellissimo, fiorente cespuglio, che si abbarbicò alla bara e si avvolse intorno a essa, nascondendola completamente al suo interno. Il re di quella regione restò stupefatto delle dimensioni della pianta: fece tagliare il fusto che avvolgeva la bara, senza peraltro accorgersi della sua presenza, e lo pose come colonna per il tetto della sua casa.

L’immagine della bara incastonata nell’albero è perfettamente sovrapponibile a quelle che vedono per protagonisti Yggdrasil e l’arca di Satyavrata.

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Lo skhamba-sfera-armillare-cosmico in una stampa cinquecentesca.

Osserva Graham Hancock (cfr. Civiltà sommerse, p. 199):

“Due zone del cielo erano favorite presso gli antichi egiziani per la rinascita in forma di stella – la regione della costellazione di Orione [definita, nello Zodiaco di Dendera, “splendida anima divina di Osiride”] nel cielo meridionale, e la regione delle stelle circumpolari, che non tramontano mai, ‘Imperiture’ – in particolare Kochab nell’Orsa Maggiore [possibile refuso: in realtà nell’Orsa Minore (β Ursae Minoris), vedi nota 1] – nel cielo settentrionale. Riguardo a un destino circumpolare leggiamo nell’Espressione 419 dei Testi delle Piramidi: ‘Sorgi… alzati che tu possa viaggiare in compagnia con gli spiriti… Attraversa il cielo… Prendi la tua dimora fra le stelle imperiture’”.

Presso i  Sioux l’Orsa Maggiore assume connotati assai strani, poiché essi vi vedono una bara accompagnata da prefiche. Fatto ancor più sorprendente è che presso gli Arabi essa sia “banat na’s” (nome attribuito anche a η Ursae Majoris [vedi nota 2], Benetnasch, appunto), cioè il feretro e le sue figlie. Il feretro è formato dal cassone del carro e il timone rappresenta le figlie.

È lecito, a questo punto, vedere nell’Orsa Maggiore la bara di Osiride compianta da Iside. L’Orsa Maggiore presenta, in effetti, insospettabili collegamenti con il mondo di sotterra e con l’aldilà: da essa infatti, in epoche remote, partiva il coluro solstiziale (in gergo mitico “la sospensione del cielo”) che passava per l’asse Orsa-Sirio. Sirio (la cui levata eliaca al 19 luglio, in piena “canicola”, segnava l’inizio dell’anno egizio) è la stella-cane, “guardiana” degli inferi. Giorgio de Santillana rileva (Fato antico e fato moderno, p. 170):

“Sirio sembra essere stata una specie di perno di parecchie linee che si intersecavano, partendo da diverse regioni del cielo. L’allineamento principale era quello che situava Sirio sulla linea che congiunge i poli e che finiva, a sud, a Canopo, altra grande stella fascinatrice, sede di Yama Agastya per gli indù, città mitica di Eridu per i Sumeri, Suhayl-la-Pesante per gli Arabi, in quanto segnava il fondo del “mare celeste” dell’emisfero australe. Gli altri allineamenti congiungevano Sirio ai “quattro angoli del cielo”, equinozi e solstizi, che si spostavano impercettibilmente nel corso dei secoli della Precessione, e la linea del Polo Nord passava sulle stelle dell’Orsa una dopo l’altra, come una lancetta su un immenso quadrante”.

Tutto ciò a partire dal 4000 a.C. circa, in un’epoca in cui l’Orsa Maggiore si trovava ad occupare una posizione ben più polare di quanto non faccia oggi. L’Orsa Maggiore era chiamata dai Babilonesi “Legame del cielo” (i Greci la chiamavano, invece, anche Cinosura, la “coda del cane”).

Bisogna intendersi: l’asse del mondo, in astronomia, non è un concetto minimalista: esso è, al contrario, lo schema sinottico dell’incrocio di tutte le principali linee celesti (le auree corde del cielo); e dunque: l’asse del mondo propriamente detto (che collega i poli celesti), l’equatore celeste, l’eclittica, l’asse dell’eclittica (che collega i due poli dell’eclittica), e i due coluri, equinoziale e solstiziale: il primo passa per i poli celesti e per i punti equinoziali, il secondo per i poli celesti, per i poli dell’eclittica e per i punti solstiziali. Bisogna immaginare tutto questo esattamente come una sfera armillare. Le coordinate di questa sfera armillare, tuttavia, mutano costantemente al procedere della precessione, col risultato di sconvolgere continuamente l’ingranaggio. Quando questo skhamba (l’asse del mondo secondo la dottrina indù) “si sfascia”, a causa dell’influenza della precessione, i riferimenti siderali di prima vengono messi da parte [cfr. Una scienza a brandelli: sopravvivenze delle dottrine del tempo ciclico dal Timeo all’Apocalisse].

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La nave di Argo, il cui remo-timone è Canopo.

Questa estrema mobilità ci impedisce di darne una fisionomia precisa in relazione a una determinata epoca, e non possiamo fare altro che ricostruirne alcuni “pezzi”. Un asse (o cordone) fondamentale, come si accennava, sembra essere stato proprio quello solstiziale Orsa – Orione – Sirio – Canopo (α Carinae), una sorta di strada tracciata dal mondo dei vivi verso il regno dei morti. L’entrata dell’Ade era ovviamente posta in prossimità dell’equatore, dove si trovano le importanti stelle “infere” di Orione, del Cane Maggiore e di Eridano. Sirio, posta sull’esatta linea dell’orizzonte (piano di demarcazione tra la terra “emersa” e il mare degli “inferi”), sembra proprio a guardia di Ade: ad essa è infatti associato Anubis, il dio psicopompo. Secondo Plutarco (Iside e Osiride, par. 44):

Neftys [sposa di Set] è ciò che sta sotto la terra ed è invisibile, Iside [sposa di Osiride] invece è ciò che sta sopra la terra ed è visibile. Il circolo che tocca questi due estremi, chiamato orizzonte, essendo comune a entrambi prende il nome di Anubis, e viene rappresentato con l’immagine di un cane”.

Sempre secondo Plutarco, Anubis (in base a certe tradizioni) sarebbe anche da identificare con Kronos-Saturno, presentando caratteristiche a un tempo olimpie e ctonie. La vera sede dell’Ade, del resto, è un po’ più a sud di Sirio, in Canopo, nella costellazione della nave di Argo, di cui costituisce il remo-timone. Gli Egizi, riferisce sempre Plutarco, la identificavano con la barca di Osiride che compiva il suo viaggio negli inferi. Osiride, dunque, con la sua “bara” nell’Orsa Maggiore (da notare, en passant, che gli Egizi chiamavano l’anima di Set “Orsa”) discende idealmente fino agli inferi dove si colloca sulla barca del Sole “infero”, Saturno (secondo l’astrologia babilonese Saturno è il sostituto notturno del Sole), per giudicare i morti. In ciò egli è chiaramente il Kronos egizio (di cui Anubis è ipostasi di collegamento tra il “sopra” e il “sotto”).

Canopo [cfr. Divinità del Mondo Infero, dell’Aldilà e dei Misteri], il remo-timone di Argo, è la sede d’immortalità comune a innumerevoli tradizioni (è Eridu presso i Sumeri, è Ogigia [vedi nota 3] presso i Greci, è Eiren presso i Persiani ecc.), perché è collocata in una zona del cielo (il polo australe dell’eclittica) non influenzata dalla precessione degli equinozi. I mutamenti dello skhamba-sfera-armillare-cosmico non interessano mai questa regione, la cui relativa “fissità” fu facilmente declinata in termini di “immortalità”: sono queste le radici inamovibili dell’albero cosmico, è questo il luogo dove il fluire del fiume temporale si arresta; concetto espresso tra i Sumeri con pi-narati, “confluenza dei fiumi”.

Non ignoriamo certamente che l’Orsa Maggiore, per gli Egizi del periodo classico, è in realtà la costellazione della Coscia (così essa è raffigurata, ad esempio, nello Zodiaco di Dendera), ma questo suo essere alternativamente o la Coscia del Toro, oppure la Coscia dell’Ariete, ne mette a nudo le relazioni con il Sole, a cui fu, più tardi, associato Osiride. Non si può operare una netta distinzione tra simbolismo stellare e simbolismo solare (pur se più tardo), poiché tutte le “interpretazioni celesti” sono valide in relazione a ciascuna era. Osiride, in epoche più risalenti, fu il Kronos-Saturno primordiale: inerisce a un simbolismo (che noi chiamiamo “stellare”) facente capo direttamente allo skhamba-sfera-armillare-cosmico, nel cui dominio il Sole cedeva il “trono” dell’eclittica a suo “fratello” Saturno, il più “elevato” tra i pianeti (bisogna capire che Osiride e Set non sono che due maschere di uno stesso volto). Più tardi, quando la “preoccupazione” per la precessione divenne meno stringente (anche se non ne conosciamo l’esatto motivo), il Sole venne ad occupare il trono che era stato prima del kosmokrator Saturno (infine esiliato per sempre giù negli inferi): ecco che allora (siamo nella piena “storia”) il simbolismo “degrada” da stellare (o siderale) a solare, adottando come “cronometro” non più il Grande Anno precessionale, ma il semplice anno tropico. A questo punto Osiride non è che il Sole, che percorre durante l’anno il suo corso apparente lungo l’eclittica, morendo e rinascendo con l’alternarsi delle stagioni.

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Il gigante Orione, dal cui piede sinistro “sgorga” il fiume Eridano. In India è lui il Kala-Purusha (Uomo del Tempo), o Vishnu-Narayana (Colui che cammina sulle acque).

D’altro canto, la stessa costellazione dello Scorpione si presenta come simbolo infero e mortifero per ragioni alternativamente “stellari” e “solari”: considerata in relazione allo skhamba è simbolo di morte perché situato sull’incrocio esatto fra eclittica e galassia (lungo la Via Lattea si raccoglievano le anime in attesa di reincarnarsi secondo i Pitagorici e gli indiani Pawnee); considerato invece in relazione all’anno tropico, rappresenta la morte poiché sorgeva eliacamente all’equinozio d’autunno in opposizione al Toro, annunciando la morte del sole e la sua discesa invernale negli inferi, sotto il mare.

Ora, non è da escludersi che nelle epoche più remote gli uomini conservassero ancora la chiave dell’interpretazione delle loro tradizioni più antiche basate sulla precessione. È possibile anche che l’antica scienza astronomica venisse veicolata per mezzo di catene iniziatiche a pochi eletti (il catechismo degli acusmatici nella cerchia pitagorica ne sarebbe esempio lampante). Tuttavia, per la generalità delle persone l’“anima del mito” era irrimediabilmente preclusa: essi non vedevano più, in quelle storie, (come noi moderni, del resto) che favolette moraleggianti et similia. Nondimeno, “pezzi” ormai muti di quelle ancestrali e immemorabili tradizioni poterono continuare ed essere utilizzati anche posteriormente per impinguare la fabula e l’intreccio di narrazioni di diverso spirito, magari epico. Casi emblematici sono alcuni passi dei poemi omerici che, incastrati nella narrazione generale, non sono suscettibili di destare sospetto, ma che si rivelano immediatamente se messi a confronto con mitologhemi di identico tenore tratti da tradizioni diverse.

Riportiamo un passo dell’Edda poetica di Snorri, che racconta di due sorelle, Fenja e Menja, costrette a girare la mola dell’immenso mulino di Fròdi (o Amlòdi, il “titanico” antenato dell’Amlethus di Saxo Grammaticus), chiamato Grotti (“stritolatore”). Da notare che (pur se il mulino è di proprietà di un uomo) coloro che fanno girare materialmente la ruota sono donne, due “titanesse” il cui impulso, dato ovviamente con le mani, è in grado di mettere in moto l’ingranaggio. Potrebbe tutto ciò avere un connessione con il nome attributo dai Pitagorici alle due Orse (Porfirio, Vita di Pitagora, par. 44), cioè Mani di Rea? Rea, sposa di Kronos, è un altro nome della madre Terra, e questa, riportata all’esatto ambiente dell’uranografia, è, come ormai ben noto, l’eclittica. È colei che, attraverso le “maniglie” delle due Orse, fa girare il mulino cosmico. Comunque sia, il passo in questione è una lamentazione di Menja, che, una notte, mentre tutti dormono, si ferma infuriata per il carico di lavoro e dice:

Le mani devono riposarsi e le mole fermarsi; io ho già macinato la mia parte! Non ancora concederò sosta alle mani; finché tutto non abbiamo macinato per Fròdi! Ora le mani terranno le dure lance, le armi insanguinate. Svegliati, Fròdi! Se vuoi prestare ascolto ai nostri canti e agli antichi detti. Vedo ardere fuoco a oriente della fortezza, son deste le notizie di guerra. È un monito. Schiera d’armati qui s’affretta per incendiare la dimora del Re. Non più sarai assiso sul trono di Hleidr a regnare sopra armille d’oro e sul mulino. Ora dobbiamo macinare sempre più forte, ragazze, nessun calore avremo dal sangue degli uccisi. Maciniamo ancora! Il figlio di Yrsa vendicherà su Fròdi la morte di Hàlfdan”.

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Fenja e Menja fanno uscire dalla macina la schiera di armati contro Fródi.

Menja eleva il suo canto, che è anche un’invocazione di vendetta contro colui che l’ha incatenata al Grotti. È notte, dormono tutti. Sorprendentemente (ma giunti a questo punto, neanche tanto) nel libro XX dell’Odissea (vv. 103 – 119) si svolge una scena molto simile. Ulisse, appena approdato a Itaca con il favore delle tenebre (anche qui è notte e tutti sono immersi nel sonno), e reso irriconoscibile da Atena, invoca Zeus affinché gli invii dal cielo un segno di buona sorte, prima di consumare la vendetta contro i Proci:

E all’improvviso tuonò dall’Olimpo splendente, in alto, dalle nubi: Odisseo luminoso gioì. E parole parlò dalla casa una donna alla macina vicino, dov’erano appunto le macine del pastore d’eserciti; vi badavano attivamente dodici donne in tutto a fare farina d’orzo e di grano, midollo degli uomini. Dormivano l’altre, avendo già macinato la loro parte di grano; una soltanto non aveva finito: la più debole era. Questa, fermando la macina, parlò parola, e fu segno al re: “Padre Zeus, che sui numi e sugli uomini regni, molto forte tuonasti dal cielo stellato, e non c’è nube; dunque tu mostri un segno a qualcuno. Oh! Compi anche a me misera la parola che dico: i pretendenti oggi per l’ultima volta d’Odisseo nella casa godano allegro banchetto, essi che con la fatica, strazio del cuore, le membra mi sciolgono a far farina: sì, per l’ultima volta banchettino”.

Appare ormai evidente che ci troviamo davanti ad immagini ingannevoli, che dissimulano eventi astronomici dietro l’apparenza di azioni quotidiane: la macina di mulino che gira attorno al proprio mozzo non è altro che il cielo. Di simili mitologhemi, Santillana e Dechend, citando il Comparetti (cfr. Il mulino di Amleto, p. 130), parlano in termini di “una formazione mitica rimasta senza un’azione narrabile”. Ciò significa che il frammento in questione apparteneva, in origine, a un contesto allogeno e che, rimasto isolato da quello a causa di una perdita di memoria, fu successivamente prelevato e “incastrato” nel modo più coerente possibile in una narrazione di più ampio respiro. Certi riferimenti a una precisa scienza cosmologica non sono peraltro rari in Omero: se ne ritrovano nelle immagini dell’Orsa Maggiore e delle Pleiadi raffigurate sullo scudo di Achille (Iliade, Libro XVIII), nel viaggio di Ulisse nell’Ade (Odissea, Libro X), nell’isola di Siria (Odissea, Libro XV) e nella prova dell’arco (Odissea, Libro XXI). Su questi ultimi dovremo soffermarci più avanti. Basti qui dire che “Siria”, la quale è normalmente associata alla patria iperborea dal tradizionalismo classico, indica, in realtà, un preciso punto dell’eclittica australe: il vertice del solstizio d’inverno sul Tropico del Capricorno, “laddove avvengono i mutamenti (lett. ritorni) del Sole”.

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La regione celeste che comprende Orione, Sirio, Eridano e Canopo, la “confluenza dei fiumi”.

Ancora in epoca recente, Cleomede (De motu circulari corporum caelestium, I, 7) affermava che alle latitudini settentrionali i cieli ruotassero “come fa la macina di un mulino”. Questo mulino ha un nome molto significativo nei miti finlandesi, poiché è stato messo in luce che Sampo sia un vocabolo imparentato con il sanscrito Skhamba, il nome indù dell’asse del mondo, già ricordato. Ovviamente, tutte le volte in cui il mito narra che questo “mulino” vada in pezzi, si verificano le “catastrofi” di cui abbiamo ampiamente discusso.

Prendendo, infine, in considerazione i numeri, si possono fare scoperte interessanti. Qui, per brevità, vogliamo darne un rapidissimo flash. I numeri fondamentali della precessione (ricavati dai miti di Osiride) sono: 12 (il numero delle costellazioni dello zodiaco); 30 (il numero dei gradi di ciascuna casa dello zodiaco lungo l’eclittica); 72 (il numero di anni impiegati dal sole equinoziale per completare lo spostamento di 1° lungo l’eclittica), 360 (il numero dei gradi totali dell’eclittica); 2160 (il numero degli anni impiegati dal sole per attraversare un segno, o casa, dello zodiaco: 72 x 30); 25.920 (la stima egizia di anni necessari per completare un ciclo di precessione, o “Grande Anno”: 2160 x 12). A questi se ne aggiungono usualmente altri due: 36 (il numero di anni impiegati dal sole equinoziale per completare lo spostamento di mezzo grado lungo l’eclittica); 4320 (il numero di anni impiegati dal sole equinoziale per attraversare due segni, o case, dello zodiaco).

Questi numeri, o le loro combinazioni, ritornano in svariate tradizioni. Il mito di Osiride parla di 72 uomini che aiutarono Set nel suo complotto. Il Rig Veda è composto in tutto da 432.000 sillabe (multiplo di 4320) e 10.800 strofe (multiplo di 108, numero indù fondamentale, composto dalla somma di 36 e 72). I Purana dicono che un anno dei mortali (composto da 360 giorni) corrisponda a un giorno degli dei, così che un anno degli dei equivale a 360 anni mortali. Risulta che il Kali Yuga (la presente epoca di decadenza) consiste in 1200 anni degli dei, e quindi 432.000 anni mortali.  Forte è dunque il sospetto che dietro l’impalcatura teorica del Manvantara indù sia dissimulata (con apporti successivi di indole metafisica) niente più che la precessione degli equinozi.  Allo stesso modo, 432.000 guerrieri escono dal Walhalla per andare a combattere Fenrir e 432.000 sono gli anni di regno dei mitici re di Sumer anteriori al diluvio secondo Berosso.

Ma questi numeri fondamentali non sono solo appannaggio dei testi sacri. In Cambogia esiste un complesso monumentale che si potrebbe definire un vero e proprio “inno” alla precessione: Angkor Wat. Ha cinque porte, alle quali accedono cinque strade che scavalcano il fossato che circonda il tempio. Ogni strada è fiancheggiata da una fila di gigantesche statue di pietra: 108 per strada, 54 per lato: in tutto 540 (108 x 5) statue di Deva e Asura. In ogni fila le figure reggono un enorme serpente Naga a nove teste; ma più che reggerlo è come se lo stessero tirando, riproducendo l’enigmatica “Zangolatura dell’Oceano di Latte” (oceano rappresentato, piuttosto maldestramente, dal fossato pieno d’acqua) effettuata per ottenere l’amrita. Il monte Mandara funge da paletta e Vasuki, principe dei Naga, da tirante. Vasuki aveva acconsentito di buon grado a fungere da tirante, e come lui la tartaruga Kurma, secondo avatara di Vishnu, che si era offerta di fare da base. L’interpretazione astrologica della Zangolatura sarebbe da ricercarsi nella definitiva separazione dell’equatore celeste (padre Cielo) dall’eclittica (madre Terra), alla fine dell’Età dell’Oro (con lo spostamento del coluro equinoziale “visibile” lontano dalla Via Lattea). “L’intero Angkor” dice Giorgio de Santillana (Il mulino di Amleto, p. 197) “si rivela così un colossale modello costruito per rappresentare un moto alternato, ove fantasia e incongruenza genuinamente indiane s’oppongono all’idea di una Precessione continua a senso unico da ovest verso est”.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Si ha l’impressione di trovarsi davanti alle tessere di uno sconcertante puzzle, che giunge a noi dalle nebbie del tempo. Per usare un’efficace immagine di Graham Hancock (Impronte degli dei, p. 338):

“Quando si analizza questo tipo di materiale, a volte si ha l’inquietante sensazione di essere manipolati da un’antica intelligenza che ha trovato il modo di arrivare fino a noi attraverso archi di tempo immensi, e per qualche motivo ci ha posto un enigma da risolvere nel linguaggio del mito”.

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Case lunari, miniatura ottomana, 1580.

Note:

  1. Prendendo come riferimento le stelle anteriori dell’Orsa Minore, Kochab e Pherkad, si giunge, attraverso una retta ideale, all’antica stella polare di Thuban (α Draconis), nella costellazione del Dragone. C’è da dire che Kochab assunse a sua volta, per un breve periodo di tempo, la qualità di stella polare subito dopo Thuban e poco prima dell’attuale Polaris. Il suo nome completo, in arabo, è Al-Kawkab al Shamaliyy, letteralmente “La Stella del Nord”.
  2. Questa stella, insieme a Merak, è posta sull’asse ideale che giunge fino a Betelgeuse nella costellazione di Orione. Di qui passava, all’incirca nell’Era del Toro, anche il coluro solstiziale, parte integrante dello skhamba-sfera-armillare-cosmico.
  3. Su quest’isola, secondo Plutarco (De facie in orbe lunae), Kronos sarebbe caduto addormentato. Per la precisione, egli dormirebbe, preda di un sonno invincibile (κώμα [omologo greco dell’avestico Haoma e del medio-persiano Hom]), “in una caverna profonda dentro una roccia color dell’oro”. Ora, Ogigia (ομφαλός θαλάσσης, “ombelico del mare” [e non “ombelico del mondo”, come erroneamente scritto da Guénon]) è tutto men che un’isola reale. La sua stessa collocazione, “a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidente”, non ha nessun senso dal punto di vista geografico. Ha perfettamente senso, invece, se si guarda all’uranografia, poiché lo spostamento “obliquo” verso occidente (precisamente in direzione ovest-nord-ovest) rispetto alla linea del polo nord celeste, ha dal punto di vista uranografico il risultato di posizionarsi idealmente sull’asse del polo nord dell’eclittica, ombelico del mare, l’oscuro gorgo siderale che immette “attraverso il globo” nel suo simmetrico terminale infero: il polo meridionale dell’eclittica, ossia il Tartaro, esilio di Kronos e di tutti i Titani. Ωγύγιος, “ogigio”, è un epiteto classico del fiume Stige (cfr. l’espressione esiodea Στυγός ύδωρ ωγύγιον, resa come “l’acqua primordiale dello Stige” in Vocabolario Greco – Italiano, Loescher 2003, p. 2282). Ora, sempre secondo Esiodo, lo Stige è “la decima parte” del fiume Oceano, nome che, nei Catasterismi di Eratostene, designa la costellazione australe di Eridano, la quale è anche l’esordio “celeste” del fiume Nilo. Da notare come il Baghavata Purana (V, 17) attribuisca la stessa caratteristica al Gange: esso è, al principio, un fiume celeste, che sgorga dall’alluce di Vishnu. Il motivo è semplice: Nilo e Gange “celesti” sono la stessa cosa, ossia la costellazione di Eridano, il fiume dei morti, che sgorga dal “piede” di Orione (β Orionis, la stella Rigel: in arabo, appunto, “piede”) e conduce al soggiorno d’immortalità. L’acqua dello Stige è normalmente fatale (induce un deliquio simile alla morte detto κώμα, identico a quello di Kronos) tranne che in un solo giorno dell’anno, ma nessuno sa quale, in cui è capace di donare l’immortalità.

Bibliografia:

  • Giorgio de Santillana – Hertha von Dechend: Il mulino di Amleto, Adelphi 2003
  • Giorgio de Santillana: Fato antico e fato moderno, Adelphi 1985
  • Charles – François Dupuis: L’origine di tutti i culti (compendio), Martini 1862
  • Herbert von Klöckler, Corso di astrologia, Mediterranee 1998
  • Franz Boll – Carl Bezold: Interpretazione e fede negli astri, Sillabe 1999
  • Graham Hancock: Impronte degli dei, Corbaccio 1996
  • Graham Hancock: Civiltà sommerse, Corbaccio 2002
  • Porfirio: Vita di Pitagora, Rusconi 1998
  • Plutarco: Iside e Osiride, Adelphi 1985
  • Plutarco: De facie in orbe lunae, Adelphi 1991
  • Pierre Grimal: Enciclopedia dei miti, Garzanti 1990
  • René Guénon: Simboli della scienza sacra, Adelphi 1975
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