Il substrato arcaico delle feste di fine anno: la valenza tradizionale dei 12 giorni fra Natale e l’Epifania

(Articolo originariamente pubblicato su Atrium in data 21/12/2016, in questa sede rivisto e ampliato)

Ci prefiggiamo in questa sede di approfondire le credenze folkloriche che hanno portato alla configurazione di due figure intimamente connesse al calendario liturgico-profano dell’Europa degli ultimi secoli. Le due figure che ci interessano sono quelle di Santa Claus (italianizzato in Babbo Natale) e della Befana, figure che—come avremo modo di vedere—devono la propria origine e il proprio simbolismo a un substrato arcaico, antropologicamente ravvisabile in tutte quelle pratiche e credenze (miti e riti) del volk europeo (o per meglio dire euroasiatico), che altrove abbiamo definito “culti cosmico-agrari” [cfr. Culti cosmico-agrari dell’antica Eurasia].

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“Crisi solstiziale” e Dies Natalis Solis Invicti

Non possiamo iniziare la trattazione di questo tema senza un doveroso excursus iniziale, in cui ripeteremo concetti già trattati in altra sede. Devesi innanzitutto precisare come il periodo dell’anno in cui si verifica la “visita” con questi due personaggi è ben definito: il primo giunge il 25 dicembre, la seconda il 6 gennaio. Accenniamo subito al fatto che i dodici giorni compresi tra queste due date nelle culture tradizionali hanno un significato ben preciso, su cui ci concentreremo più avanti. Per il momento, urge sottolineare che ci troviamo nel periodo dell’anno definito “crisi solstiziale”: il Sole, al termine del suo cammino annuale, al solstizio d’inverno tocca il punto più basso del suo peregrinare: gli antichi credevano che in tale data l’astro eliaco scendesse agli Inferi, per poi risalirne dopo tre giorni, il 25 dicembre, che per questo venne denominato durante la Roma imperiale Dies Natalis Solis Invicti (“Giorno di nascita del Sole Invitto”). Si riteneva, infatti, che a risorgere fosse proprio il dio del Sole, epperò si tendeva a fare una distinzione tra il “Sole dell’Anno Calante” (o dell’Anno Vecchio), che al termine del suo percorso si inabissa nelle tenebre, e quello “dell’Anno Crescente” o Nuovo, la cui nascita il 25 dicembre era salutata come una resurrezione dell’astro eliaco precedentemente occultatosi nell’oscurità [cfr. Cicli cosmici e rigenerazione del tempo: riti di immolazione del ‘Re dell’Anno Vecchio’] .

Non si può, innanzitutto, omettere di constatare come il complesso escatologico che le antiche popolazioni europee avevano creato intorno al Sole verrà ripreso pari pari dall’allogena religione cristiana, la quale laddove ha avuto l’opportunità di “cristianizzare” elementi dell’antica religione pagana non si è fatta troppi scrupoli; ovviamente questo discorso perde validità con tutti quegli elementi prettamente “pagani” su cui si fondava quello che abbiamo definito “complesso cultuale cosmico-agrario”: questa “materia mitica” non-cristianizzabile venne per così dire “demonizzata” e “rimossa”—come abbiamo già avuto modo di vedere nel nostro ciclo di saggi redatti in quest’anno che volge alla conclusione [cfr. Da Pan al Diavolo: la ‘demonizzazione’ e la rimozione degli antichi culti europei].

Si noterà infatti come il bambin Gesù, il quale nasce il 25 dicembre e, dopo essere disceso agli Inferi, risorgerà dopo tre giorni, altro non è che il risultato di una “cristianizzazione” del mito del Nuovo Sole Nascente. Si accenni qui di sfuggita come altri numerosi elementi contribuiscono a corroborare questa tesi, in particolar modo le corrispondenze con il dio iranico-romano Mitra, che si vuole nato dalla pietra o addirittura in una grotta. Allo stesso modo, durante il periodo alessandrino, questo simbolo venne veicolato per mezzo di Aion, il quale nasce “in un luogo impenetrabile”, la “caverna cosmica” da cui secondo il mito nacque lo stesso Mitra [D’Anna, Il gioco cosmico, p. 145]. Se dunque il simbolo del puer eterno, rappresentante l’Anno (e quindi l’Aion, l’ordine cosmico che si sviluppa lungo i cicli) che muore per risorgere al completarsi di ogni ciclo, venne “cristianizzato” rapidamente nella figura del bambin Gesù nella grotta della Natalità, viceversa l’individuazione per il nuovo culto del rappresentante dell’“Anno Morente” si dimostrò più problematica. Alla sua figura si sovrapposero, nei secoli, quelle di antiche divinità pagane (soprattutto Odino/Woden, conducente della “Caccia Selvaggia”), santi cristiani (San Nicola), figure demoniache a metà tra l’umano e il sub-umano (Wilder Mann, Krampus, etc.), per arrivare infine, come il lettore avrà già intuito, al personaggio che conosciamo fin dall’infanzia come “Babbo Natale”: Santa Claus.

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Santa Claus, il carro, le renne

Devesi innanzitutto notare che il “viaggio” che Santa Claus compie sulla sua slitta trainata da renne altro non è se non il percorso che segue il Sole durante l’anno: la slitta quindi si rivela essere un ‘doppio’ del carro solare, carro su cui in tutte le religioni tradizionali veniva raffigurato il dio del Sole nell’atto di compiere, appunto, il suo cammino annuale attraverso le 12 stazioni dello Zodiaco (e qui si dica di sfuggita che il particolare evangelico dei 12 apostoli non è senza relazione). Santa Claus è dunque, in primo luogo, una rappresentazione del “Sole dell’Anno Vecchio” che, ultimato il suo percorso zodiacale della durata di un anno, si inabissa nell’oscurità (la “crisi solstiziale”), per poi rinascere a nuova vita, trasformato, nuovamente in possesso delle sue potenzialità aurorali (il Puer eterno). Non è certo un caso che gli animali che trainano questa “slitta solare” siano renne, e—come abbiamo già argomentato altrove—tradizionalmente i cervidi, per la loro peculiarità di mutare il palco di corna ogni inverno, sono connessi al simbolismo della rinascita ciclica e quindi sono anche considerati per analogia animali solari, vale a dire realtà animico-fenomeniche tramite le quali il simbolismo solare giunge fino alle menti più predisposte [cfr. Cernunno, Odino, Dioniso e altre divinità del ‘Sole invernale’].

In questo senso, la “discesa all’Ade” compiuta dall’astro eliaco al termine del suo viaggio, potrebbe forse aiutarci a decifrare il motivo per cui “Babbo Natale porta i doni”. Gli antichi, infatti, simboleggiavano Plutone per mezzo di una cornucopia e quindi lo rappresentavano come un dio che porta ricchezza, abbondanza, fecondità: il suo stesso nome rivela tali caratteristiche funzionali. Sebbene possa sembrare strano il fatto che il dio dell’oltretomba fosse considerato “il datore di ricchezza e abbondanza”, ciò invero ricalca la mentalità tradizionale e ha perfettamente senso per il discorso che stiamo impostando: si potrebbe infatti dire che il “Sole dell’Anno Vecchio” scendesse nel Regno dell’Ade per tre giorni, in seguito ai quali sarebbe asceso rinato, nuovamente pieno di vigore: e questo grazie ai “doni” di Plutone (lett.“l’invisibile”, ovvero il “Sole dell’Anno Vecchio” che si occulta al termine del suo cammino annuale). Vediamo dunque come la figura di Babbo Natale rappresenti al tempo stesso il “Sole dell’Anno Calante” e lo stesso Plutone/Ade in cui esso si cala al termine del suo viaggio. Come ebbe a dire Emanuela Chiavarelli [Diana, Arlecchino e gli spiriti volanti, p. 121]: “nell’inverno-inferi, dimora di Ade, re dei defunti, si cela, infatti, il mistero della vita vegetale. Il ‘Bimbo di Luce’ dei Misteri di Eleusi, simbolo dell’eterna Zoé, nascerà negli abissali antri di Ade” [cfr. Divinità del Mondo Infero, dell’Aldilà e dei Misteri].

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Sciamanesimo, Amanita Muscaria e rinascita iniziatica

Ma c’è di più. Ci sono motivi ben fondati per ritenere che la figura di Santa Claus si inneschi su un substrato culturale ancora più antico, risalente alla preistoria del continente euroasiatico. È stato infatti provato che la sua figura, anche esteriormente, deriva dal retaggio degli antichi culti sciamanici dell’area finnico-siberiana, culti che prevedono l’assunzione del fungo psicotropo Amanita muscaria, che si presenta com’è noto con una cappella rossa con puntini bianchi. Se dunque si può intuire senza difficoltà da dove derivi il “vestiario” di Babbo Natale, dobbiamo però analizzare più dettagliatamente la sua funzionalità in rapporto a codesti culti sciamanici di cui si è detto. Abbiamo già accennato alla funzione simbolica della renna e, per esteso, dei cervidi: si noti a questo punto che sebbene l’Amanita muscaria possa essere ingerita dagli esseri umani senza causare necessariamente un’intossicazione letale, nondimeno le antiche popolazioni sciamaniche dell’area finnico-siberiana sovente preferivano darla in pasto ai cervidi (renne e alci) che allevavano, per il tramite dei quali, in seguito all’espulsione del fungo “depurato” del tutto dalle sue componenti venefiche (lo stomaco dei cervidi infatti è del tutto immune a tale rischio di avvelenamento da Amanita) gli uomini finalmente potevano ingerirlo senza remore e compiere il “viaggio sciamanico”, che come si può facilmente intuire ha contribuito anch’esso a formare il corpus folklorico sul “viaggio” di Babbo Natale sulla sua slitta trainata da renne.

Si aggiunga inoltre che l’esperienza sciamanica nelle culture tradizionali era sempre considerata come una “rinascita”: il neofita, in seguito all’iniziazione così conseguita, veniva considerato una persona nuova, e come tale gli veniva conferito un nuovo nome, conosciuto solo all’interno del circolo esoterico. In questo senso, dunque, l’uomo stesso per mezzo dell’esperienza estatica durante la “crisi solstiziale”, assurgeva a simbolo del Sole stesso, e per esteso dell’“eterna Zoé”: anch’egli, infatti, aveva la possibilità di morire al termine del ciclo per poi rinascere all’inizio del ciclo successivo, “a viaggio ultimato”. In tutto ciò si possono vedere echi che sono giunti fino alla sapienza vedica, secondo il cui insegnamento “Prajapati è l’Anno” [Aitareya Br., 7,7,2], “l’Anno è la Morte (…) [e] colui che sa ciò non è toccato dalla Morte” [Qat. Brahmano, 10,4,3,1]. Probabilmente questo è anche in rapporto con il termine “Epifania” connesso alla data del 6 gennaio, data in cui, come vedremo ora, il periodo di 12 giorni della “crisi di passaggio” tra un anno e il successivo si concludono, portando di nuovo sulla terra la luce di una rivelazione ciclicamente ripetuta: una vera e propria epifania del divino che rinasce periodicamente, nel Cosmo così come sulla terra e, in ultima analisi, nell’uomo stesso. E infatti, non può essere un caso se la data del 6 gennaio segnava, “sia nei Misteri Orfici che in quelli Eleusini, la nascita del ‘Fanciullo di Luce’, simbolo del sole invitto risorto dalle tenebre invernali” [Chiavarelli, op.cit., p. 195].

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I 12 Giorni di Natale: regressione al Caos primigenio

Come anticipato, nell’analizzare la seconda figura di cui ci siamo preposti l’indagine, vale a dire quella della Befana, dobbiamo ritornare sul discorso precedentemente introdotto riguardo a quel periodo di 12 giorni che va da Natale, appunto, al 6 gennaio, data in cui si attende la “visita” della Befana. Gli antichi ritenevano che in questo intervallo temporale l’anno vecchio fosse già morto, epperò quello nuovo ancora non fosse nato. In altri termini, il ciclo passato si era già concluso, ma quello nuovo ancora non era iniziato: ci si trovava dunque, per un periodo di 12 giorni, in una vera e propria situazione di “regressione al Caos”: gli ultimi giorni dell’anno trascorso venivano infatti identificati con il Caos antecedente la creazione. Scrivono Alwyn e Brinley Rees [L’eredità celtica, p.77]: “equiparate al caos primordiale che precede la creazione del cosmo, e la gestazione che prepara la nascita, le tenebre vengono per prime, ma come simbolo di morte e dissolvimento seguono il giorno”. In questo periodo culmine di dodici giorni la valenza iniziatica delle tenebre racchiude dunque entrambi i significati: dissolvimento dell’ordine e regressione al caos primigenio, e quindi ritorno all’illud tempus, alla dimensione atemporale esistente prima della creazione. 

La stretta relazione con la dimensione agraria di tali credenze e rituali (si tenga sempre conto che in tale periodo dell’anno ci troviamo nel bel mezzo della “crisi solstiziale”) dovrebbe rendere chiaro che, come afferma Eliade parlando dei Saturnali romani, che si svolgevano appunto alla fine dell’Anno [Nostalgia delle Origini, p. 94], “sia sul piano vegetale che sul piano umano, ci troviamo di fronte a un ritorno all’unità primordiale, all’instaurazione di un regime «notturno» in cui i limiti, i profili, le distanze diventano indiscernibili”: la dissoluzione della forma veicolata esternamente dal caos orgiastico e dalla sospensione della legge. Ogni licenza era consentita, leggi e proibizioni sono sospese, e “mentre si attende una nuova creazione, la comunità vive vicino alla divinità, o più esattamente vive nella divinità totale primordiale [Ibidem, p. 95].

Eliade coniò inoltre la locuzione “complesso cultuale del visitatore” per intendere quelle credenze, diffuse ovunque nell’àmbito europeo, sull’arrivo, nei dodici giorni compresi tra Natale e l’Epifania, del dio Odino (che abbiamo visto in seguito profanizzato in Santa Claus) e della dea Hölde/Perchta (la quale secondo la tradizione compariva durante i 12 giorni tra Natale e l’Epifania; poi profanizzata nella figura della Befana) con al loro seguito la Wildes Heer (esercito furioso, exercitus feralis) e la processione delle anime dei morti (dianaticus). Si riteneva dunque che in questo periodo di “regressione al Caos primordiale” gli spiriti dei defunti potessero tornare sulla terra, tra i vivi, e manifestarsi. Nel folklore delle popolazioni celtiche, più in generale, la “porta” del Mondo dei Vivi si apriva agli spiriti dei defunti nella data cardine di Samain (o Hallowe’en), l’ultima notte di ottobre, per poi serrarsi nuovamente, appunto, all’Epifania. Così scrivono i Rees [Op.cit., p. 81]:

I punti di svolta del tempo possiedono una qualità paradossale in ogni luogo. In un certo senso non esistono; dall’altro però simboleggiano l’intera esistenza. La loro importanza può essere paragonata a quella dei “Dodici Giorni di Natale”, ciascuno dei quali pronostica il tempo che farà nel corrispondente mese del Nuovo Anno. Questi dodici giorni sono contraddistinti da mascherate, pagliacciate, licenze, scherzi, sortilegi e altri segni del caos. In questi giorni, in Scozia, nessuna corte aveva potere e in Irlanda coloro che morivano andavano direttamente in Paradiso senza passare per il Purgatorio e il Giudizio. In Galles venivano chiamati giorni dei presagi (…) e in Britannia “oltre-giorni”.

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“Mascherate e pagliacciate” di inizio anno

Abbiamo già trattato altrove e le pratiche rituali connesse a tali credenze, ma in questa sede se ne rende necessaria le ripetizione al fine di individuare il substrato arcaico che sta a fondamento della figura folklorica della Befana. Riallacciandoci a quanto detto poco sopra riguardo il periodo di “regressione al Caos” e concentrandoci sulle caratteristiche simboliche dei rituali di inizio anno, riportiamo innanzitutto quanto scrisse Cesario di Arles nel VI secolo rivolgendosi ai membri delle comunità rurali francesi: “Quando arriva la festa delle calende di gennaio vi rallegrate stupidamente, diventate ubriaconi, vi scatenate in canti erotici e in giochi osceni (…) Se non volete partecipare al loro peccato collettivo, non permettete che vengano in corteo, davanti a casa vostra, mascherati da cervi, da streghe, da una qualunque bestia” [Centini, Le bestie del Diavolo, pp. 100-1]. Danze licenziose con maschere di cerva o di vecchia venivano effettivamente rappresentate anche nelle campagne tedesche o inglesi durante i dodici giorni tra Natale e l’Epifania [Tilak, Orione, pp. 162-3]. Anche Jung attestò l’esistenza di un’antica festa pagana dell’anno nuovo chiamata Cervula o Cervulus, celebrata alle calende di gennaio, durante la quale ci si scambiava le strenae (costituite da ra­metti di una pianta propizia che si staccavano da un boschetto sul­la via Sacra, consacrato a una dea di origine sabina, Strenia, apportatrice di fortuna e prosperità), ci si vestiva da animali o da vecchie.

Appuriamo dunque come in tutta l’antica Europa, durante le Calende di gennaio, fosse d’uso mascherarsi da cervo o da vecchia/strega: anche qui ritroviamo le rappresentazioni dei due principi di fine e inizio ciclo, vale a dire l’“Anno Vecchio” (la “vecchia”, la “strega”, la “Befana”; anche lei, come Santa Claus/Plutone, “apportatrice di fortuna e prosperità”) e l’“Anno Nuovo” (il “cervo”, simbolo di rinascita ciclica). Ne deriva che tutti i combattimenti rituali tra due fazioni opposte che si svolgevano in questo periodo dell’anno, altro non erano se non la rappresentazione rituale di uno scontro che, verificatosi in illo tempore, è destinato a ripetersi ogniqualvolta un ciclo si chiude e il successivo ancora non è nato: si ritiene quindi necessario simulare la “battaglia cosmica” che avvenne all’inizio dei tempi sotto forma di una cerimonia rituale, la quale per i dettami della “magia simpatica”, laddove fosse vinta dalla schiera i cui membri sono mascherati da cervi, sarebbe avvertita come il “riflesso” di un’analoga vittoria, negli spazi cosmici, delle forze della Luce su quelle delle Tenebre, vittoria che garantirebbe l’abbondanza e la fertilità dei campi e degli armenti per l’anno a venire [cfr. Metamorfosi e battaglie rituali nel mito e nel folklore delle popolazioni eurasiatiche].

Per questo, al termine dei 12 giorni che Eliade connette al “complesso cultuale del visitatore”, il Caos viene riassorbito nel Cosmo (ovvero: il disordine viene riassorbito nell’ordine) e anzi un nuovo ordine rinasce dalle tenebre della “crisi solstiziale”: a questo punto, i morti ritornano nel Regno di Ade e con loro i vari “dèi Vecchi”, Odino/Santa Claus e Hölle/Befana i quali, dopo aver svolto la rispettiva funzione “distributiva”, lasciano la terra per ritornarvici solo al termine dell’anno successivo, nei 12 giorni in cui, pur essendo morto l’anno vecchio, il nuovo  anno non è ancora nato.

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La Giöbia e la Befana

Nella tradizione dell’Italia settentrionale (Piemonte e Lombardia) inoltre la figura della Befana si confonde con quella della Giöbia, orribile vecchiaccia che nel folklore ancestrale veniva ritenuta colpevole di rapimenti di bambini durante le notti di gennaio (notti, appunto, in cui il vecchio anno è terminato ma il nuovo non è ancora iniziato). Sebbene credenze analoghe siano ampiamente documentate nell’antico folklore europeo (per es. nelle isole britanniche, nella zona baltico-germanica e finanche in Scandinavia e in Islanda), la tradizione della Pianura Padana merita una menzione a parte in questa sede, in quanto essa ha saputo mantenere in vita fino ad oggi una celebrazione di sommo interesse per la nostra ricerca, vale a dire la Festa della Giöbia. Essa si svolge l’ultimo giovedì del mese di gennaio e prevede l’accensione nelle piazze di grandi falò e di un rogo su cui viene bruciata la Giubiana, un grande fantoccio di paglia vestito di stracci rappresentante appunto la Vecchia dell’Anno Passato. Non si può d’altronde notare come i fuochi che in questa occasione vengono accesi, altro non sono che i fuochi che precedentemente (all’inizio della crisi solstiziale, o all’inizio dei 12 giorni di Natale, o a Samhain, o a Capodanno) erano stati spenti, per simboleggiare la chiusura di un ciclo. Con la loro riaccensione rituale, dunque, un nuovo ordine viene fondato, e l’arsione della Vecchia sul rogo veicola ancora una volta l’idea della vittoria delle forze della Luce (o dell’Anno Nuovo) e dell’Ordine su quelle delle Tenebre (o dell’Anno Vecchio) e del Caos. Come la Befana, di cui è sostanzialmente un ‘doppio’, la Giöbia è simbolo dell’inverno/inferno/notte e delle sue ansie, che devono essere bruciate in un grandissimo fuoco collettivo per far sì che la nuova stagione/anno possa rinascere, e portare alla comunità doni abbondanti.

In questo senso, citando un passaggio particolarmente brillante della Chiavarelli [op.cit., p. 195], è interessante notare che “Anus [da janua, “porta”, da cui poi “Diana”, la dèa conduttrice del dianaticus, nda], la vecchia, è l’antenata primordiale, ma è anche anus, l’anello—ruota del ciclo annuale e del destino (…) La Befana, che arriva (…) con le scarpe vecchie e rotte, emblema del termine del cammino annuale, ‘consunto’ e devitalizzato, sintetizza tutte le caratteristiche semantiche di questa simbologia. Quando la crisi solstiziale è definitivamente superata, volando sulla scopa nella notte dell’Epifania, la buona strega scende per il camino, ipostasi assiale che ricorda il tentativo di ripristinare in base all’analogia, la giusta posizione dell’asse cosmico, per portare dolci, frutta e carbone nelle calze o nelle scarpine dei bambini. Se le calzature dei piccini alludono al nuovo percorso del giovanissimo sole-anno, frutta e dolci esprimono l’augurio di fertilità mentre il carbone, più che una punizione per i capricci dei fanciulli, rinvia all’esigenza, tipica di tutti i culti solari, di alimentare con il fuoco, nel centro del focolare, l’astro eliaco (…) In questa misteriosa vecchia si rivelano le antiche dee decadute in streghe (…) ‘Figlie del Sole’, spose, figlie e madri dell’astro addette a rigenerare l’anno ‘rimembrandolo’, catturando, cioè, il sole nel ‘caldaio’ solare [il paiolo o calderone delle streghe, nda] per ‘rifonderlo’ al calore del fuoco”.

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BIBLIOGRAFIA:

  1. M. Centini, Le bestie del Diavolo. Gli animali e la stregoneria tra fonti storiche e folklore (Rusconi, Milano, 1998).
  2. E. Chiavarelli, Diana, Arlecchino e gli spiriti volanti. Dallo sciamanesimo alla “caccia selvaggia” (Bulzoni, Roma, 2007).
  3. N. D’Anna, Il gioco cosmico (Mediterranee, Roma, 2006).
  4. M. Eliade, La nostalgia delle origini (Morcelliana, Brescia, 2000).
  5. A. Rees e B. Rees, L’eredità celtica. Antiche tradizioni d’Irlanda e del Galles (Mediterranee, Roma, 2000).
  6. L.B.G. Tilak, Orione. A proposito dell’antichità dei Veda (ECIG, Genova, 1991).
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