Cicli cosmici e rigenerazione del tempo: riti di immolazione del ‘Re dell’Anno Vecchio’

Eliade scrisse che “la differenza principale tra l’uomo delle società arcaiche e tradizionali e l’uomo delle società moderne, fortemente segnato dal giudeo-cristianesimo, consiste nel fatto che il primo si sente solidale con il cosmo e con i ritmi cosmici, mentre il secondo si considera solidale solamente con la storia” [Eliade (1), p.5]. Questa «vita cosmica» è connessa al microcosmo da una “corrispondenza strutturale di piani disposti in ordine gerarchico” che “costituiscono nel loro insieme la legge universale armonica in cui è integrato l’uomo” [Sanjakdar, p.155].

L’uomo arcaico teneva nella massima considerazione soprattutto i solstizi e gli equinozi, nonché le date ad essi intermedi: si riteneva che in questi particolari giorni, che segnavano il passaggio da una fase del ciclo alla successiva della «ruota dell’anno», l’energia del cosmo fluisse più liberamente, e dunque scelsero tali date per operare i propri rituali. In questa sede ci interessano soprattutto determinate date comprese fra il Solstizio d’Inverno e l’Equinozio di Primavera, vale a dire la fase calendariale in cui il Sole sembra morire: la cosiddetta «crisi solstiziale» o «crisi invernale».

L’uomo tradizionale riteneva che, nel momento in cui la «ruota dell’anno» fosse giunta nella sua fase invernale, sarebbe stato necessario far rivivere l’astro eliaco con degli appositi rituali, al fine di assicurare la fertilità e la fecondità per l’anno a venire. Si può anche dire che, in ogni parte del mondo, le società tradizionali conoscevano e applicavano metodi rituali per ottenere la rigenerazione del tempo [Eliade (1), p.104]. Ad es., i pensatori dell’India più antica, dal periodo vedico in poi, nel tentativo di conferire una struttura al caos informe dell’universo, forgiarono con le proprie intuizioni un fittissimo tessuto di connessioni e corrispondenze mitiche e rituali, incentrate prevalentemente sul sacrificio, exotericamente rappresentato con la messa a morte di una vittima umana e, in seguito, animale, come simbolo della morte dell’anno vecchio e della sua conseguente rinnovazione e rinascita come «anno nuovo».

Prajàpati è l’anno.*
L’anno è la morte. Colui che sa ciò, non è toccato dalla morte.** 

* Aitareya Br., 7,7,2
**  Qat. Brahmano, 10,4,3,1

L’immolazione del «Re dell’Anno Calante»

Sappiamo che anticamente l’anno per gli Indù—così come pure per i Celti, i Romani e le altre popolazioni indoeuropee—iniziava nell’equinozio primaverile, “quando nascono i cerbiatti”. Allora il re dell’anno vecchio, adorno di corna cervine come Atteone, era messo a morte da donne infuriate, dette «regine» [Graves, p.105]. Il re, in questi antichi rituali, era, come rivelò Hooke, il centro del culto, ed in quanto tale era responsabile dei raccolti e della prosperità delle comunità [Eliade (2), p.44]. In un’ottica arcaica che vedeva nel re il figlio e vicario della divinità sulla terra, egli veniva considerato responsabile della regolarità dei ritmi della natura e del buon andamento di tutta la società: non è quindi sorprendente notare che, attraverso il suo sacrificio, si riteneva che il tempo venisse rigenerato e la fertilità assicurata per l’anno a venire [Eliade (1), p.78].

In particolar modo, l’uccisione del re si rendeva necessaria, presso diverse popolazioni antiche, tra le quali Evola annovera i ceppi nordici “sino al tempo dei Goti” [Evola, p.29], all’accadere di una calamità o di una carestia: il sovrano veniva allora immolato in quanto si riteneva che la sua “forza mistica di fortuna” fosse venuta meno e, per tale motivo, al fine di far rinascere la comunità in seguito alla calamità, era necessario sacrificare il re che era venuto meno al proprio compito per nominarne un nuovo [Ibidem]. La comunità infondeva in maniera rituale tutte le influenze negative nella persona del vecchio re (il «Re dell’Anno Vecchio»), capro espiatorio di girardiana memoria, la cui eliminazione era considerata un atto di purificazione e rinnovazione del mondo. Allo stesso complesso mitico si rifà la saga arcaica del «Re dei Boschi di Nemi» (Rex Nemorensis), la cui regalità passava a colui che avrebbe saputo sorprenderlo e ucciderlo [Evola, p.30], ben studiata da Frazer nella sua opera più nota, Il ramo d’oro.

Anche nel resto dell’Europa esistono tradizioni estremamente suggestive che sembrano confermare la validità delle ipotesi: durante la «Danza delle Corna» di Abbots Bromley (Staffordshire), fase rituale delle celebrazioni dedicate al dio celtico Lugh [cfr. “La festività di Lughnasadh/Lammas e il dio celtico Lugh”], dio della luce solare, “i danzatori, che portano sulla testa due appendici corniformi, circondano una creatura spettrale vestita di pelle di daino e recante in testa un cranio di cervo dotato di un enorme palco di corna”. La danza mima l’uccisione del personaggio centrale, personificazione del potere germogliante e del sole indebolito nel corso dell’anno [Centini, p.201], ovvero lo stesso Lugh. In questo modo, il dio avrebbe riacquistato forza rigenerandosi in un altro suo rappresentante; esattamente come il cervide ogni autunno perde le corna e ne sviluppa di nuove—da qui il la valenza del cervo come simbolo del Sole (e dell’Anno) morente e ri-nascente.

Tracce di un cerimonie simili si trovano anche nell’Irlanda del XII secolo, altra regione che vanta un substrato tradizionale di ambito celtico. Graves riporta un racconto vertente su un rituale di questo tipo, a Tyrconnell, durante il quale si procedeva all’ “incoronazione di un reuccio irlandese” e che nei riti preliminari contemplava il sacrificio e lo squartamento di una giumenta bianca. Dopo essere stato ucciso e squartato, l’animale veniva messo a bollire in un calderone: il re entrava nel recipiente, sorbiva il brodo e mangiava la carne. In questo rito, la cavalla bianca era vista come l’incarnazione dell’Anno Solare, e quindi veniva sacrificata in quanto rappresentante il Re dell’Anno Calante, per permettere l’ascesa del nuovo sovrano, rappresentante il Re dell’Anno Crescente. Cerimonie simili sono documentate anche tra i Britanni dell’Età del bronzo, in Gallia e nella Danimarca medievale [Graves, pp.440-1].

«Crisi Solstiziale» e sovvertimento del Cosmo

La spiegazione di certi rituali si ottiene considerando che, prendendo in prestito le parole di Curletto, “nelle situazioni critiche, che esprimono sempre una trasgressione, quindi un capovolgimento emblematico, sovvertire simbolicamente i termini delle relazioni concorre a risolvere la crisi stessa. Quando l’ordine viene a mancare e l’equilibrio si spezza, è necessaria una nuova rottura, un nuovo avvenimento fuori dalla norma… perché si possa essere reintrodotti nell’equilibrio” [Curletto, pp.86-7]. In altre parole, l’opposizione di due trasgressioni le annulla.

Per questo motivo, nei Saturnali romani (Saturno corrisponde a Kronos/Cernunno) vigeva l’inversione dei costumi ed il sovvertimento dei ruoli: il tempo profano veniva sospeso e si realizzava la paradossale coesistenza del passato (il ritorno delle anime dei morti) con il presente, in una situazione di caos indifferenziato. Gli ultimi giorni dell’anno trascorso, durante i quali i Saturnali si svolgevano, venivano infatti identificati con il caos precedente la creazione. La stretta relazione con la dimensione agraria di tali rituali (si tenga sempre conto che in tale periodo dell’anno ci troviamo nel bel mezzo della «crisi solstiziale») dovrebbe rendere chiaro che, come afferma Eliade, “sia sul piano vegetale che sul piano umano, ci troviamo di fronte a un ritorno all’unità primordiale, all’instaurazione di un regime «notturno» in cui i limiti, i profili, le distanze diventano indiscernibili” [Eliade (2), p.94]: la dissoluzione della forma veicolata esternamente dal caos orgiastico e dalla sospensione della legge. Ogni licenza era consentita, leggi e proibizioni sono sospese, e “mentre si attende una nuova creazione, la comunità vive vicino alla divinità, o più esattamente vive nella divinità totale primordiale [Ibidem, p.95].

Riguardo all’orgia, si suppone che essa faccia circolare l’energia vitale perché si attua proprio nei momenti di «crisi cosmica» (ad es. durante la siccità) o di opulenza (durante alcune feste arcaiche della vegetazione), come se, nel pensiero eliadiano, essa si praticasse durante i periodi crepuscolari della storia del mondo. Questi momenti, come nota la Sanjakdar, “vedono non solo una diminuzione delle energie vitali che necessitano quindi di essere rigenerate, ma anche una «contrazione» della stessa durata della vita, e tutto ciò determina quindi una situazione unica di degenerazione di tutti i piani esistenziali” [Sanjakdar, p.172]. Magnone, in una lettera personale all’autrice, riporta inoltre l’opinione comune che “il tantrismo, benché fenomeno tardo, rappresenti la riemersione di concezioni legate ad antichissimi culti di fertilità”, sottolineando inoltre che “anche nel tantrismo la valenza dell’orgia è reinterpretata come strumento di reintegrazione dell’unità originaria tra Śiva e Śakti [Ibidem, p.182].

Questa visione del cosmo, a Roma, permeava, oltre ai Saturnali, anche altri riti, probabilmente ancora più antichi: a febbraio avveniva la cacciata rituale di Mamurio Veturio, il «cornuto dio dell’anno», «doppio» di Marte e demone della vegetazione, che infine, tramite il suo rappresentante mascherato, subiva il rito immolatorio [Dumézil, p.196]. Nel calendario romano più antico l’anno iniziava a marzo: febbraio era, dunque, originariamente l’ultimo mese dell’anno. Questo fatto ci consente di inquadrare senza timore di smentita la cacciata rituale di Mamurio Veturio all’interno di questo complesso di riti di fine anno, tutti contemplanti il ritorno ad un caos indifferenziato e orgiastico e l’uccisione di una vittima sacrificale in quanto rappresentante dell’«Anno Vecchio». Così Eliade: “Dato che, nel vecchio calendario romano, febbraio era l’ultimo mese dell’anno, esso partecipava della condizione fluida, ‘caotica’ che caratterizza gli intervalli fra due cicli temporali: le norme erano sospese e i morti potevano ritornare in terra; sempre a febbraio si svolgeva il rituale dei Lupercalia, purificazioni collettive che preparavano il rinnovamento universale simboleggiato dall’«Anno Nuovo» (=ricreazione rituale del mondo)” [Eliade (3), p.121].

L’antichissima festa sfrenata dei Saturnali si è trasferita nell’odierno Carnevale (*krn), tanto che nel personaggio omonimo possiamo riconoscere “un continuatore del Re dei Saturnali” [Toschi, p.32]: “Come questo, che, assunto il ruolo del Dio Saturno e del «Re della Baldoria», veniva alla fine immolato, così il personaggio di Carnevale dopo aver preso parte a tutte le manifestazioni di allegria e di baldoria, veniva processato, condannato e bruciato”.

Frazer e il Rex Nemorensis

Il primo a dimostrare l’esistenza fin dai tempi arcaici di culti diretti ai cd. «Spiriti del Grano», numi del potere germogliante della vegetazione fu Mannhardt; questi spiriti della vegetazione avevano la capacità di controllare la pioggia e il bel tempo, la prosperità del raccolto, l’abbondanza degli armenti e la fertilità delle donne. James Frazer, da parte sua, si distinse per aver saputo riprendere le intuizioni di Mannhardt e sviluppare una vastissima morfologia dei cd. «dèi morenti e rinascenti della vegetazione» [Eliade, La nostalgia delle origini, p.27].

Tra le credenze e i riti che analizzò ne Il Ramo d’oro, uno divenne particolarmente noto: quello del cosiddetto Re di Nemi (Rex Nemorensis), re-sacerdote di Diana Aricina, che risiedeva nel bosco sacro dedicato alla dea nei pressi del lago di Nemi, a sud di Roma. Il materiale storiografico a riguardo riporta la tradizione secondo la quale questo sacerdote ricopriva una posizione inusuale: si trattava di uno schiavo fuggito, che aveva ottenuto quell’onore uccidendo il suo predecessore in un duello rituale e poteva rimanere al suo posto solo fino a quando avesse difeso con successo il suo rango contro tutti i nuovi sfidanti. Frazer teorizzò che il Re di Nemi, che egli chiama anche «Re del Bosco», rappresentasse la particolare incarnazione del principio germogliante della natura, un tempo di venerazione universale. L’unione del sacerdote con la dea Diana starebbe a rappresentare lo hieros gamos tra la dea selenico-tellurica e l’energia generativa del dio. Scrive Fabiana Dimpflmeier nel saggio Nel bosco sacro. Realtà, finzione, magia e natura ne Il ramo d’oro di James G. Frazer (par.37):

“Seguendo il ragionamento di Frazer il rex nemorensis incarnava quindi uno spirito della vegetazione, Virbio, che prendeva ritualmente in sposa Diana – patrona non solo degli animali selvatici, signora di boschi e colline, di radure solitarie e fiumi, ma anche, “come personificazione della luna, specialmente, pare, della gialla luna d’agosto”, dispensatrice di frutti divini e dolce orecchio per le preghiere delle partorienti. La teogamia serviva a propiziare la fertilità della natura e si perpetuava regolarmente ogni anno all’interno del boschetto sacro”.

Così come l’unione sacra anche il sacrificio del suo sposo è legato alle medesime credenze. Per questo, il Re di Nemi è destinato ad essere sacrificato per mezzo della mano del suo successore quando la sua vir magica appare ormai sul punto di spegnersi. Così facendo, attraverso l’uccisione rituale del rappresentante dell’anno vecchio (o dell’inverno), il mondo sorgeva a nuova vita e la fertilità dei campi veniva assicurata per l’anno a venire. Si tratterebbe, in altre parole, dell’ennesimo scontro rituale tra due Re, dell’Anno Vecchio e di quello Nuovo, che si risolve in un venir meno dell’energia vitale in quello destinato a lasciare il trono, e in una conseguente risurrezione di tale energia nella persona del nuovo Re.


BIBLIOGRAFIA:

  1. Centini; Massimo Centini, Le bestie del Diavolo (Rusconi, Milano, 1998).
  2. Curletto; Silvio Curletto, La norma e il suo rovescio (ECIG, Genova, 1990).
  3. Dimpflmeier; Fabiana Dimpflmeier, Nel bosco sacro. Realtà, finzione, magia e natura ne Il ramo d’oro di James G. Frazer (Belphégor, 12-1, 2014).
  4. Dumézil; George Dumézil, La religione romana arcaica (Rizzoli, Milano, 1977).
  5. Eliade (1); Mircea Eliade, Il mito dell’Eterno Ritorno (Boria, Bologna, 1968).
  6. Eliade (2); Mircea Eliade, La nostalgia delle origini (Morcelliana, Brescia, 2000).
  7. Eliade (3); Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose. Vol. II (Sansoni, Firenze, 1980).
  8. Evola; Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (Mediterranee, Roma, 1969).
  9. Frazer; James Frazer, Il ramo d’oro (Adelphi, Milano, 2016).
  10. Graves; Robert Graves, Miti greci (Longanesi & C., Milano, 1963).
  11. Sanjakdar; Lara Sanjakdar, Mircea Eliade e la Tradizione. Tempo, Mito, cicli cosmici (Il Cerchio, 2013).
  12. Toschi; Paolo Toschi, Il folklore (Touring Club Italiano, Milano, 1967).
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