La dottrina dell’Eterno Ritorno dell’uguale: da Beroso ad Eliade

Come lo stesso Nietzsche ebbe a riconoscere in Ecce homo, la dottrina dell’Eterno Ritorno dell’uguale gli fu ispirata dalla lettura di alcuni filosofi della corrente stoica, in particolare modo Zenone di Cizio e Cleante di Asso. Tuttavia, spetta probabilmente al caldeo Beroso la prima enunciazione giuntaci in ambito occidentale della dottrina del «Grande Anno» e dell’Eterno Ritorno: l’universo vi è considerato come eterno, ma è annientato e ricostituito periodicamente ogni «Grande Anno» (il numero corrispondente di millenni varia da una scuola all’altra); quando i sette pianeti si riuniranno nel segno del cancro («Grande Inverno», solstizio invernale del «Grande Anno») avverrà un diluvio; quando essi si incontreranno nel segno del capricorno («Grande Estate», solstizio estivo del «Grande Anno») l’intero universo verrà consumato dal fuoco [Eliade 116-7].

IL CONTRIBUTO DI PLATONE

L’interpretazione data da Platone al mito del ritorno ciclico degli astri si trova nel Politico (169c ss.), nel quale imputa la causa della regressione e delle catastrofi cosmiche a un duplice movimento dell’universo: “talvolta la divinità guida l’insieme della sua rivoluzione circolare, talvolta l’abbandona a se stesso, una volta che le rivoluzioni hanno raggiunto in durata la misura che spetta a questo universo: esso ricomincia a girare nel senso opposto, di suo proprio movimento”.

Dietro questa visione platonica ci sembra di riconoscere ancora una volta il duplice simbolismo della spirale (ascendente verso il centro e discendente a partire dal centro), rappresentato dalle antiche popolazioni indoeuropee con il simbolismo del doppio swastika destrogiro e levogiro. Nell’ottica di Platone, il cambiamento di direzione della spirale cosmica (imputato, probabilmente sotto l’influenza delle speculazioni astronomiche caldee e babilonesi, alle rivoluzioni planetarie) è accompagnato da immani cataclismi; ma queste catastrofi sono sempre, necessariamente seguite da una rigenerazione [Eliade 158].

Questa dottrina viene ripresa anche nel Timeo, dove Platone insegna che le catastrofi parziali sono dovute alla deviazione planetaria (22d e 23e), mentre il momento della riunione dei pianeti nella posizione originaria è quello del «tempo perfetto» e si pone alla fine del «Grande Anno» (39d): si tratta, ovviamente, del ritorno dell’Età dell’Oro, della liberazione di Saturno dalla sua funzione cronica e, conseguentemente, del ritorno tanto agognato dall’umanità all’eternità atemporale con contraddistingueva l’illud tempus, il regno di Aion.

LA DOTTRINA STOICA

La già menzionata dottrina stoica derivava, probabilmente, a sua volta dalla concezione eraclitea del fuoco come forza produttiva e ragione ordinatrice del mondo: da questo fuoco artigiano è generato l’universo, il quale, con il trascorrere ciclico del tempo, continuamente si distrugge per poi tornare a rinascere dal fuoco in una nuova palingenesi, ristabilendosi ogni volta nel suo stato originario. Gli stoici, dunque, per primi parlarono di un eterno ritorno (apocatastasi) che si produce ciclicamente sotto forma di conflitto universale, attraverso una conflagrazione o ecpirosi che si verificherebbe ogniqualvolta gli astri assumeranno la stessa posizione che occupavano all’inizio dell’Eone, dando in tal modo inizio ad una nuova era. Ogni periodo che si produce dalla scintilla ignea e culmina nella sua distruzione attraverso il fuoco medesimo fu definito diakosmesis.

Da quanto detto, notiamo come, nella visione stoica, l’ordine presente all’interno del cosmo sia interpretato come qualcosa di necessario: una necessità (Ananke) non da intendersi meccanicamente come fecero gli atomisti, bensì in un’ottica finalistica, anche se profondamente diversa da quella escatologica sottintesa al kairos di S. Agostino: graficamente rappresentabile non con una linea retta, ma con una spirale. Secondo lo stoicismo, infatti, nulla avverrebbe per caso: è il Fato, il Destino (la Dana, Diana regina delle fatae), a guidare tutti gli eventi che hanno luogo nel mondo della rappresentazione. Ne consegue che, poiché tutto accade secondo ragione divina, il Logos divino è anche Provvidenza (prònoia), in quanto predispone la realtà in base a criteri di giustizia, orientandola verso un fine prestabilito; allo stesso modo, esso predispone la distruzione di ciò che deve essere superato, di ciò che ha fatto il suo tempo, orientando la sua funzione distruttiva verso un rinnovamento ciclico, continuo e necessario del cosmo.

LA SOTERIOLOGIA GIUDAICO-CRISTIANA

La tradizione giudeo-cristiana attinse a piene mani dalla dottrina stoica per quanto riguarda la soteriologia dell’Apocalisse e del «Giorno del Giudizio»: alla fine dei tempi, infatti, per mezzo del fuoco “verrà restaurato un mondo nuovo, sottratto alla vecchiaia, alla morte, alla decomposizione e alla putredine, che vivrà eternamente, che crescerà eternamente, quando i morti risusciteranno, l’immortalità sarà data ai vivi e il mondo si rinnoverà, secondo i desideri” [Eliade 160].

Viene, in qualche modo, mantenuto anche il motivo tradizionale della decadenza estrema, del trionfo del male e delle tenebre che precedono il cambiamento di Eone e il rinnovamento del cosmo: un tema comune, ad es., alla tradizione indù degli yuga e a quella norrena del Ragnarok, «Crepuscolo degli Dèi», a cui seguirà l’instaurazione del regno degli Aesir in terra. La catastrofe conclusiva porrà, in altri termini, fine alla storia (Kronos) e, di conseguenza, “reintegrerà l’uomo nell’eternità e nella beatitudine” (Aion). Solo allora verrà il «Regno di Dio» o, in termini pagani (o meglio, tradizionali), verrà restaurata l’età aurea di Saturno/Aion.   

L’INTERPRETAZIONE DI NIETZSCHE

Nietzsche espose per la prima volta la concezione dell’Eterno Ritorno ne La gaia scienza del 1882, e precisamente nell’aforisma 341 dal titolo «Il peso più grande», che recita:

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione—e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?

Nietzsche riprese il mito dell’Eterno Ritorno in Così parlò Zarathustra ne «Il convalescente», nel quale accenna alla dottrina degli Eoni o del Mahayuga («Grande Anno del Divenire»):

Vedi, noi sappiamo quello che tu insegni: che tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse, e che noi già fummo mille volte, e tutte le cose con noi. Tu insegni che esiste un grande anno del divenire, un anno fuor d’ogni limite grande, il quale, simile ad una clessidra, deve capovolgersi sempre, per poter scorrere ed esaurirsi. Sicché tutti questi anni sono uguali tra loro, nelle cose più grandi e nelle più piccole.

…e ne «La visione e l’enigma»:

Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta? E se tutto è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia—esserci già stata? E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra, in modo tale che questo attimo trae dietro di sé tutte le cose avvenire? Dunque—anche se stesso? Infatti, ognuna delle cose che possono camminare: anche in questa lunga via al di fuori—deve camminare ancora una volta! E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti—non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta?—e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via —non dobbiamo ritornare in eterno?

LA TEORIA UNIVERSALE DI ELIADE

In tempi più recenti, Eliade ha collazionato innumerevoli miti identici a quello dell’Eterno Ritorno nicciano. L’idea fondamentale è che nel momento extratemporale della creazione (che egli chiama illud tempus, «quel tempo») sulla Terra incominciarono ad esistere i modelli archetipici di ogni cosa e tutte le azioni. Tutto è avvenuto ed è stato rivelato in quel momento, in illo tempore: la creazione del mondo e quella dell’uomo, il suo collocamento nel cosmo con tutto ciò che ne comporta [Eliade 138]. Tuttavia, le riproduzioni terrene di questi archetipi mostrano una tendenza al deterioramento e alla decadenza. Ri-narrando i miti della creazione e rivivendo i rituali originari, l’uomo può rinnovare i propri schemi archetipici e ristabilire le forme di vita originarie, archetipiche all’interno di sé.

Il cristianesimo avrebbe in parte interiorizzato il concetto di illud tempus, traducendolo nella metafora escatologica del «Regno dei Cieli» che è dentro di noi e che può essere raggiunto in qualunque momento attraverso la metanoia, ovvero mediante un cambiamento radicale del proprio atteggiamento [Franz 31].

Eliade espone per la prima volta la sua dottrina universale dell’Eterno Ritorno in due opere della fine degli anni Quaranta: il Trattato di storia delle religioni e Il mito dell’Eterno Ritorno. Secondo lo studioso romeno, miti di tal guisa sarebbero di derivazione agricola, vertenti sul valore mitico e simbolico della vegetazione e della sua rinascita, i quali in sostanza vennero esteriorizzati in una serie di riti e usanze collegati con il cosiddetto «tempo sacro», in cui avviene, nella coscienza dei partecipanti, una sospensione del tempo normale. Riti simili sono, ad esempio, quelli collegati con la fine dell’anno vecchio e l’inizio dell’anno nuovo, che prevedono l’allontanamento dei demoni o del «Re dell’Anno Vecchio», lo spegnimento e la riaccensione cerimoniale dei fuochi, processioni con le maschere, combattimenti fra gruppi avversari, baccanali carnevaleschi e orge, rovesciamento prescritto dell’ordine costituito [Eliade 76].

Secondo questa concezione, ogni inizio di un nuovo anno equivarrebbe a “una ripresa del tempo dal suo inizio, cioè una ripetizione della cosmogonia”, aggiungendo inoltre che “i combattimenti rituali tra due gruppi di comparse, la presenza dei morti, i saturnali e le orge sono altrettanti elementi che denotano (…) che alla fine dell’anno e nell’attesa dell’anno nuovo si ripetono i momenti mitici del passaggio dal caos alla cosmogonia” [Eliade 77].

Tale sospensione del tempo storico (Kronos) riporterebbe l’uomo all’illud tempus, al «tempo sacro» (Aion) in cui regnava unicamente il caos primordiale, in cui non esistevano distinzioni tra uomini dèi e animali, ma sussistevano solamente gli archetipi puri. Tutto ciò ha, come abbiamo visto precedentemente, a che fare con l’abolizione del tempo lineare (Kronos, il «Re dell’Anno Vecchio», il «Re del Sole Invernale») e quindi con la rigenerazione del momento a-temporale, eterno (Aion, il «Bimbo di Luce» dei Misteri eleusini, il «Re dell’Anno Nuovo», il «Re del Sole Primaverile»), che precedette la creazione. Nell’ottica sacra delle società arcaiche così come ricostruita da Eliade, la creazione del mondo si riproduce quindi ogni anno, e questa “eterna ripetizione dell’atto cosmogonico, che trasforma ogni anno nuovo in inaugurazione di un’era, permette il ritorno dei morti alla vita e mantiene la speranza dei credenti nella risurrezione della carne” [Eliade 87].

In questo modo,  mediante la ripetizione di gesti paradigmatici e di cerimonie periodiche, l’uomo arcaico riusciva a vivere in concordanza con i ritmi cosmici, integrandosi ad essi e, contemporaneamente, ad annullare il tempo storico (Kronos), sottraendosi ad esso [Eliade 126]. Queste teorie sono state proposte, oltre che da Eliade, anche dal francese Paul Mus, sotto la denominazione di concezione del «tempo reversibile», “inteso non solo come tempo circolare, ma anche come il passaggio dal tempo profano al tempo sacro, e dal Tempo all’Eternità, il «Reale» che si colloca al di là del divenire stesso” [Sanjakdar 144].

L’ETERNO RITORNO DEGLI ASTRI

Allargando il discorso anche sul piano di vista astro-cosmico, si deve invece al rivoluzionario, attivista e politico francese Louis-Auguste Blanqui (1805-1881) una lettura per così dire cosmico-planetaria della dottrina dell’Eterno Ritorno. Nell’opera L’Eternité par les astres Blanqui analizzò la possibilità dell’esistenza di dimensioni parallele infinite che, per necessità, conducono all’ipotesi di infiniti nostri doppi che ripeteranno o varieranno i nostri gesti:   

Ogni astro, qualunque astro esiste un numero infinito di volte nel tempo e nello spazio, non in una soltanto delle sue forme, ma così com’ è in ognuno dei momenti della sua esistenza, dalla nascita alla morte. E tutti gli esseri sparsi sulla sua superficie, grandi e piccoli, vivi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità. La terra è uno degli astri. Ogni essere umano è dunque eterno, in ognuno dei momenti della sua esistenza. Quello che io ho scritto in questo momento nella mia cella, l’ho scritto e lo scriverò per l’eternità, sullo stesso tavolo, con la stessa penna, vestito degli stessi abiti, in circostanze uguali. Tutte queste terre sprofondano, una dopo l’ altra, nelle fiamme che le rinnovano, per rinascere e sprofondare ancora, scorrimento monotono di una clessidra che si gira e si svuota eternamente da sola.

Il fatalismo cosmico di Blanqui, indubbiamente debitore della mentalità mitica che contraddiceva l’umanità arcaica, è ben esplicitata dal seguente estratto nel quale l’autore sembra rifarsi a molti dei concetti che abbiamo esposto (il cosmo come inseparabilità di vita e morte, che si “annoda e snoda senza fine” come un serpente che si morde la coda o come una duplice spirale ascendente e discendente, il destino dell’uomo all’interno di questa—tanto perfetta quanto terrificante—matrice cosmica) [Blanqui 73]:

L’universo è al tempo stesso vita e morte, distruzione e creazione, mutamento e stabilità, tumulto e riposo. Si annoda e si snoda senza fine, sempre lo stesso, con esseri sempre rinnovati. Malgrado il suo perpetuo divenire, ha una matrice di bronzo con cui incessantemente stampa la stessa pagina. Nell’insieme e nei dettagli, l’universo è eternamente trasformazione e immanenza. L’uomo è uno di questi dettagli. Condivide la mobilità della permanenza del grande Tutto. Non v’è un solo essere umano che non sia già esistito su miliardi di globi, ritornati da gran tempo nel crogiolo di fusione. Si risalirebbe invano il torrente dei secoli per trovare un istante in cui non si sia vissuti. L’universo infatti non ha avuto inizio, e dunque neppure l’uomo. Sarebbe impossibile risalire fino a un’epoca in cui tutti gli astri non siano già stati distrutti e ricostituiti, e dunque anche noi, che li abitiamo; e mai, nell’avvenire, trascorrerà un istante senza che noi siamo in procinto di nascere, di vivere e di morire miliardi di noi stessi. L’uomo, come l’universo, è l’enigma dell’infinito e dell’eterno, e un granello di sabbia lo è al pari dell’uomo.


BIBLIOGRAFIA:

  1. L.A. Blanqui, L’eternità attraverso gli astri (SE, Milano, 2005).
  2. Mircea Eliade, Il mito dell’Eterno Ritorno (Boria, Bologna, 1968)
  3. Marie-Louise Von Franz, L’esperienza del tempo (TEADUE, Milano, 1997).
  4. Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra (Adelphi, Milano, 1976).
  5. Friedrich Nietzsche, La gaia scienza e Idilli di Messina (Adelphi, Milano, 1977).
  6. Platone, Politico.
  7. Lara Sanjakdar, Mircea Eliade e la Tradizione. Tempo, Mito, cicli cosmici (Il Cerchio, 2013).
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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Massimo Bencivenga ha detto:

    Mi sembra di ricordare che Platone faccia sua una teoria di Pitagora; anzi, mi sembra di ricordare che Platone indichi come 12900000 gli anni prima del ritorno. Non ricordo però se il numero sia o meno un retaggio pitagorico

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